Io sono un prete

Georg Wachberger intervista Don Dino D’Aloia.

Un pomeriggio d’autunno. La parrocchia di San Giuseppe Artigiano. Un documentarista austriaco, Georg, e un prete, Don Dino. Iniziano con la chiesa inondata di luce, finiscono – ridendo – che è ormai buio.

Don Dino è un prete decisamente fuori dagli schemi. Non parla solo di religione, ma di vita, di speranza e di futuro. Sa che il modo migliore per raggiungere i giovani è parlare il loro linguaggio. Per molti ragazzi, Don Dino è un modello positivo: è un prete che non giudica, che non predica, ma che ascolta e aiuta. È un prete che non sta dalla parte dei potenti, ma dalla parte dei poveri e degli esclusi. La missione di Don Dino non è facile, il quartiere è pieno di problemi, ma la sua esperienza è la dimostrazione che con l’amore, l’educazione e la speranza, si può costruire un futuro migliore.

L’intervista

Sono rimasto molto sorpreso dal bellissimo centro storico di San Severo. La periferia però è diversa. Tu lavori molto con la comunità locale. Come vanno le cose qui, lontano dal centro città?

Questa è una parrocchia relativamente nuova, composta da due zone: case popolari, zona residenziale della media borghesia. Questa parrocchia è come un ponte tra le diverse zone. La zona delle case popolari è quella più difficile: ci sono famiglie con persone in carcere, c’è molta disoccupazione, spaccio di droga, criminalità. Ma non è solo questo. È un quartiere pieno di promesse, di speranze. Il punto è cercare di lavorare sui modelli. I giovani qui, a volte, hanno dei pessimi modelli. Tutti noi tendiamo ad imitare i nostri genitori, quando siamo molto giovani, indipendentemente da come possano essere.

Qui a San Giuseppe Artigiano noi cerchiamo di trascorrere del tempo di qualità con i giovani. Cerchiamo di insegnare loro cose utili mentre svolgiamo attività che gli piacciono. Insegniamo loro il Vangelo mentre giochiamo a calcio.

Lasciamo stare la parrocchia, la messa, le cose religiose, a loro non piacciono, non verranno mai per questo. Quindi cerchiamo di insegnare loro a rispettarsi a vicenda mentre giocano a calcio. Insegniamo loro a rispettare l’autorità, a seguire le regole. Insomma, traduciamo i vangeli in regole del calcio.

Quindi hai una chiesa, ma preferiresti vedere i bambini sul campo di calcio, invece di startene con loro tra quattro mura.

Esatto, a loro piace stare fuori, quindi proviamo a lavorare lì. Ad esempio, se qualcuno commette un fallo troppo violento, resterà fuori 5 minuti. Se qualcuno è troppo aggressivo o troppo arrogante, verrà punito. O meglio, resterà in “riflessione” per 5 minuti. Questo approccio dà loro una prospettiva diversa, rompe un modello. Non credo che il solo giocare a calcio cambierà le loro vite, ma almeno è un seme, che in qualche modo può crescere.

Stai diventando una figura positiva per loro, un’autorità “buona”. Ma prima o poi capiranno che non devi necessariamente farlo. Non sei costretto. Potresti semplicemente restare in parrocchia, celebrare messa, limitarti a dare i sacramenti. Hai molti rapporti personali con loro e con le loro famiglie?

Con loro sono come un arbitro, quindi mi rispettano, mi chiamano a gran voce quando mi vedono per strada, “Ehi Don!” è un segno di affetto. Trascorrere del tempo con loro viene considerato un onore, significa molto. Quindi spero che si crei un diverso tipo di modello a cui ispirarsi, uno alternativo a quelli a cui sono costretti dalla nascita. E tutto questo, attraverso il calcio, lo sport. 

Come Chiesa, se non diventiamo così, se non ci comportiamo a questo modo, finiremo per non parlare più alla gente. Troppo spesso, parliamo di cose troppo astratte. Gesù camminava per le strade, visitava le persone dove lavoravano, dove vivevano, ma oggi noi uomini di Chiesa ci siamo chiusi nei nostri edifici, abbiamo smesso di parlare con le persone, ci siamo allontanati dalla gente e dal suo modo di pensare. Dobbiamo recuperare.

Il modo in cui descrivi il tuo lavoro sembra così semplice: non aspetti che le persone vengano da te, vai dove sono le persone. Sia in senso fisico che in senso spirituale.

Sì, questa è la rivoluzione che la Chiesa dovrebbe fare, ma non è qualcosa di nuovo. È scritto nei Vangeli. È semplicemente quello che ha fatto Gesù. Gesù non aveva una chiesa. Andava a trovare i pescatori, i mercanti, le donne, camminava sempre per strada, parlava con la gente comune. Dovremmo semplicemente imparare da questo.

Quindi oltre alle sfide ci sono molti aspetti positivi, c’è speranza. Giocando a calcio ottieni la loro fiducia. Cos’altro?

Abbiamo alcuni genitori che vogliono che le cose cambino. Si stanno impegnando organizzando attività: canto, teatro, lezioni didattiche.

È questo allora il ruolo principale della Chiesa, aiutare le persone a rialzarsi?

Ti faccio un esempio. Qui facciamo beneficenza: ogni mese regaliamo un pacco di cibo a ogni richiedente, senza chiedere niente in cambio. Ma poi ne diamo un secondo a chi vuole aiutarci in parrocchia con qualche lavoretto: pulizie, traslochi ecc. Questo è il nostro modo di dire: siamo disposti ad aiutare, ma non vogliamo che tu diventi un mendicante. Il secondo pacchetto te lo puoi “guadagnare”. E così puoi guadagnarti da vivere dignitosamente lavorando. Io non credo che le cattive condizioni di alcune famiglie siano dovute solo alla disoccupazione, o alla fortuna.

È anche una questione di mentalità, o di cultura: “Se i miei genitori non si guadagnano da vivere in modo legale, non mi incoraggeranno ad andare a scuola, perché credono che il mio futuro non si realizzerà attraverso lo studio. Farò in altri modi.”

Il lavoro non è legittimato, in alcune famiglie: “La scuola è solo una seccatura. La polizia locale viene a bussare se non mi presento. Ma non mi interessa. A scuola farò solo chiasso, mi divertirò. Perché i miei genitori non mi incoraggiano a imparare. Verranno e litigheranno con gli insegnanti, non sono interessati alla scuola, né al lavoro. Per i miei genitori ci sono altri modi per ottenere sicurezza finanziaria.”

Ecco perché è molto difficile far capire loro che una buona vita si basa sul lavoro, sul rispetto delle regole, degli altri, su una pacifica convivenza all’interno della comunità. Lo sport è un ottimo mezzo per raggiungere anche i genitori. Ma è un processo lungo, che richiede tempo.

Allora cerchi di arrivare al cuore e all’anima dei giovani disciplinandoli attraverso lo sport, insegnando le regole giocando: in fondo le regole dei giochi di squadra sono uguali per tutti e sono sempre molto eque. Inoltre insegni il valore, la dignità del lavoro, facendogli guadagnare un secondo pacco di cibo in cambio di un minimo di impegno. 

La cosa interessante è che alcuni degli istruttori sono poliziotti. Allora i ragazzi entrano in contatto con uomini dell’establishment, uomini della legalità, questo è un bene perché li aiuta a uscire dal loro ghetto, a togliergli l’abitudine di stare solo tra loro. Cerchiamo quindi di integrarli con gli “altri”.

I poliziotti di solito sono il “nemico”, ma in questo caso sono gli allenatori, quindi i ragazzi vogliono fare bella figura con loro, avere successo. Abbiamo anche una partnership con una squadra di calcio e una di basket, diamo loro l’uso dei nostri campetti, così possono venire e integrare i loro giocatori con i nostri. Al momento abbiamo circa 30 ragazzi che praticano, ma speriamo di aumentarne il numero. Abbiamo iniziato molto recentemente. Le nostre strutture sportive sono nuovissime.

Come siete riusciti a realizzare il campo di calcio e quello da basket? Immagino che non debba essere stato così facile. Ho notato che nel resto della città ce ne sono pochissimi, anzi mi sembrano pressoché inesistenti, come le zone verdi.

L’amministrazione comunale li ha costruiti per noi. Non abbiamo fondi sufficienti. L’amministrazione li ha costruiti e ce li ha dati in concessione.

Domanda provocatoria: non sembri il tipico prete cattolico. Mi sbaglio?

Questo per me è un complimento.

Siamo a poche ore da Roma, dal centro del Potere Cattolico. Come ti vedono? Sono di supporto? Ci sono conflitti?

No, quello che stiamo facendo qui è perfettamente in linea con la tradizione italiana dell’”oratorio”, con San Giovanni Bosco e i suoi Salesiani che hanno costruito tanti luoghi dove i giovani possano impegnarsi in diversi tipi di attività, sia ricreative che educative. Grazie a Don Bosco, ai Salesiani, tantissimi italiani provenienti dalle classi disagiate hanno imparato un mestiere, si sono divertiti facendo sport e creando rete, sono diventati uomini.
Quindi quello che ho fatto finora non è niente di rivoluzionario. Altre cose che ho provato a fare, come ad esempio aprirmi agli omosessuali, si sono rivelate più controverse.

La criminalità organizzata, che è il problema principale da queste parti, ha un qualche impatto sul tuo lavoro?

In questa zona ci sono diverse famiglie con almeno una persona che è stata assassinata. Quando vado a visitare le famiglie e vedo foto di persone e davanti alle foto dei fiori, mi dicono che sono stati assassinati. Ci sono parecchi casi. Molto spesso si verificano raid della polizia con cani ed elicotteri, con decine di arresti, o a un livello minore, ci sono incendi di spazzatura perché la gente non vuole fare la differenziata, o alcuni appartamenti delle case popolari sono invasi e occupati: mentre i legittimi inquilini  sono assenti, altre famiglie con bambini entrano e si appropriano degli alloggi. Non possono essere sfrattate perché la legge italiana – quando si parla di case popolari – dà la priorità alle famiglie con donne incinte o neonati. Quindi come vedi dobbiamo stare attenti. La situazione può degenerare se provo a interferire. Devo mantenere la mia autorità senza insistere troppo su questi eventi con atteggiamenti di condanna. Sono un educatore. Non posso trasformarmi in un poliziotto di quartiere. Sono un prete.

È pericoloso per te?

Devo stare attento a come parlo, a come dico le cose. Se pensano che io sia una specie di poliziotto, di magistrato, di moralista, non si faranno più vedere. Devo trovare un equilibrio tra le esigenze della mia missione: difendere la legalità e allo stesso tempo essere vicino alle famiglie e ai ragazzi bisognosi di sostegno.


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