
San Menaio, fine giugno. Il sole scende sul mare con la lentezza ostentata dei tramonti che sanno di essere belli. Michele ci aspetta con un sorriso largo e le ciabatte gialle. Ci sono piante ovunque sulla terrazza della villa di famiglia, curate con la precisione di chi ha tutto il tempo del mondo e nessuna intenzione di sprecarlo. Suo padre, ottant’anni portati come se fossero sessanta, occhi azzurri che sorridono smagati, passa tra i vasi, ci versa l’acqua, accarezza qualche foglia.
Michele “Mick” Potenza vive a Boston da venticinque anni ma ogni estate torna qui, in questo angolo del Gargano dove i monti, anzi la Montagna, finiscono nel mare e qualcosa resta sempre ad aspettarti.
Perché intervistare Michele? Non per la brillante carriera – ingegnere chimico, esperto mondiale di oleochemicals, co-autore di un handbook di settore, dirigente della filiale statunitense di un’azienda danese – e nemmeno per il percorso: il Liceo Classico, la laurea a Roma, il Master a Torino, il trasferimento a Boston. La storia di Michele è anche, in fondo, una storia sull’istruzione: non come ascensore sociale individuale, quella è la versione minima, che si racconta ai ragazzi per convincerli a studiare, ma come strumento per restituire qualcosa alla comunità in cui si vive, e a quella in cui si è cresciuti. Lo dimostra chi, come lui, a Boston insegna italiano ai figli degli italo-americani del North End, scrive libri di grammatica italiana e porta con sé, ovunque vada, la vitalità degli anni Ottanta a San Severo.
Abbiamo deciso di trasformare la chiacchierata in intervista per la risposta che ci ha dato quando gli abbiamo chiesto se ha mai pensato di rientrare: non nostalgia retorica, né rancore verso chi è rimasto, nemmeno la stanchezza di chi si è arreso alla distanza, ma la convinzione che valga ancora la pena.
“Nel lungo termine, il futuro è deciso dagli ottimisti”, diceva Kevin Kelly, fondatore di Wired. Antonio D’Incalci ce lo aveva già dimostrato a modo suo, con i suoi treni e le sue maratone. Michele Potenza lo dimostra con una vita costruita lontano da casa e uno sguardo sulla città di San Severo che, testardamente, non ha smesso di essere affettuoso.
Le storie di chi parte e non torna si raccontano spesso come storie di perdita. Quella di Michele è, invece, una storia di accumulo: di esperienze, di lingue, di culture, di affetti.

L’intervista
Cominciamo dall’inizio.
A cinque anni sapevo già leggere e scrivere da solo. Un giorno padre mi portò a scuola a prendere mia sorella, il maestro scherzò sul fatto che era ora che pensassi all’istruzione, e io risposi che sapevo già fare tutto quello che faceva lei in seconda elementare. Il giorno dopo mi fece un test. Mi ammisero in seconda. Avevo cinque anni.
Non andò benissimo.
No, fu un disastro. Dopo un paio di anni lo stress mi costrinse a ritirarmi. Il mio primo periodo sabbatico, diciamo. Poi cambiai istituto e andai alla De Amicis, dal maestro De Cancelli. Lui mi ridiede l’entusiasmo per imparare. Gli sono ancora grato, ovunque sia.
Gli anni Ottanta a San Severo. Che tipo eri?
“Figlio di papà”, come si diceva allora. Arrogante, presuntuoso, spavaldo, un po’ eccentrico. Welcome to the fabulous ’80s. Prima ero “il fratello di Nathalie”, mia sorella era molto estroversa, conosciuta da tutti. Poi diventai “il cugino di Lorenzo”, personaggio stravagante e controverso, molto conosciuto a San Severo tra i ragazzi della nostra età. Infine diventai semplicemente popolare, nel senso americano del termine.
Com’era San Severo in quel periodo?
Una città attiva, pulsante, caratterizzata da una forte socializzazione quasi “fisica”. Esistevano le “comitive”, micro-realtà dove gli adolescenti vivevano una quotidianità fatta di incontri in strada, feste in casa, moda colorata e vistosa, tanta musica pop ballata nelle tante discoteche, o acquistata su vinile al Discobolo e da Musikanova, e poi scambiata su cassetta.
Quali erano i luoghi di ritrovo?
Per molto tempo le panchine all’ingresso della Villa Comunale, poi la mitica edicola dei Cappuccini, e infine i Giardini di Piazza Cavallotti.
Il Liceo Classico: scelta obbligata o voluta?
Volutamente obbligata, direi. Bravissimo alle medie, mia madre insegnante di Lettere, famiglia in vista. Era l’unica scelta possibile.
Tua sorella Nathalie è scomparsa molto presto.
Sì, eravamo entrambi adolescenti. Morì tra le mie braccia mentre cercava di dirmi qualcosa. Era il giorno del compleanno di mia madre.
Il Gargano: per te era importante già allora?
Già da bambini trascorrevamo l’estate intera nella villa dei nonni a San Menaio. Il Gargano è un posto dove i monti e mare sembrano fondersi in un modo strano, quasi mistico. C’è ancora qualcosa di selvatico, una sorta di resistenza all’urbanizzazione.
Di quegli anni, cosa ti manca di più?
L’adolescenza.
Il primo ottobre 1988, diciotto anni. Poi?
Era un sabato, il compleanno di sabato è una figata. Ero in una discoteca a Pescara con Lello, Pippo e Felice, i miei amici d’infanzia. Il giorno dopo partii. Non sarei mai più tornato a vivere a San Severo.
Ingegneria chimica: perché?
Sono sempre stato quello che negli USA chiamano un “engineer at heart”, guidato da una passione per la risoluzione dei problemi, la comprensione di come funzionano le cose. Nella gioielleria di mio padre, mia sorella vendeva mentre io aggiustavo gli orologi, incidevo le fedi e saldavo le catenine. La chimica è venuta dopo, quando mi sono ritrovato a scegliere gli studi universitari. E Roma: avrei studiato lì. Ho scelto prima la città, poi l’università.
E subito dopo il Master a Torino?
Dalla Laurea in Ingegneria a Roma al Master alla SAA (Scuola di Amministrazione Aziendale) di Torino ci sono state almeno due vite, o quasi. Una a Bologna, l’altra tra Milano, Bagnoregio e l’estero.
Racconta.
Dopo la Laurea andai a fare il militare, che all’epoca era ancora obbligatorio. Da “esperto” in prodotti chimici fui assegnato alla Sezione Disinfezione di Bologna, ubicata nell’allora Ospedale Militare nel pieno centro della Città. La Sezione copriva gran parte del Centro Italia, quindi eravamo sempre in giro, “ospiti” delle Caserme da disinfettare (e molto spesso anche disinfestare). Scrissi un vademecum sull’uso dei prodotti, delle macchine e sulle procedure. Il vademecum fu un successo per tutta la Sezione. I miei superiori furono così entusiasti che mi “presentarono” a tutti i loro fornitori di prodotti chimici. C’erano tutti i presupposti per restare a Bologna, cominciai persino a cercare casa.
Ma il destino aveva altri progetti: complice una tesi di laurea pluripremiata e un inglese decente, imparato da autodidatta, ricevetti un’offerta “irrifiutabile”. Avrei lavorato coi polimeri, la mia specializzazione, a Milano, nell’ufficio esteri, e avrei gestito la parte tecnica degli appalti.
Cominciai una serie di viaggi interminabili, soprattutto in Sud America e in Asia. Dal punto di vista professionale, fu un periodo entusiasmante, ma dal punto di vista sociale andò molto peggio. Fui trasferito allo stabilimento di produzione, a Bagnoregio, in Umbria, un paesino noto come “la città che muore”.
Andavo via da San Severo per finire in un posto del genere? E ke kaz, fra’!
Così nacque l’idea del Master. Ottenni una borsa di studio, e a settembre del 1998 ero a Torino per tornare a studiare. Non mi sarei mai aspettato che questa esperienza mi avrebbe cambiato la vita. Letteralmente.
Il Master a Torino e il salto a Boston?
La vita è quello che succede mentre si pianifica qualcosa di completamente diverso. Cercavo un piccolo appartamento per i mesi che avrei trascorso a Torino per il Master. La scuola suggerì un’agenzia, che mi propose un monolocale a Mirafiori. Quando arrivai all’appuntamento, l’agente non c’era. C’era una ragazza italoamericana di Boston, anche lei in cerca di una sistemazione. Avevo appena incontrato mia moglie.
Dopo il Master ci trasferimmo a Milano, in Piazza Missori, pieno centro. Quando le carriere cominciarono a decollare, decidemmo per l’esperienza americana. Magari solo per qualche anno, per arricchire il curriculum, dicevamo.

I primi anni negli Stati Uniti: com’è andata?
Trovai lavoro in America in meno di due settimane, in una startup; fu un’esperienza da sogno, nell’atmosfera classica delle startup americane, piene di giovani sognatori, serate speciali, premi favolosi. Avrei fatto di tutto, dalle responsabilità manageriali alla spedizione dei campioni, fino a quando il CEO, l’amministratore delegato, entrò nel mio ufficio con una scatola di cartone vuota. Era il momento di raccogliere gli effetti personali e togliere il disturbo. Welcome to America.
Ti mancava qualcosa, all’inizio?
Non sentivo una vera mancanza di qualcosa in particolare. Ero, come dire, “spaesato”, trapiantato in una cultura nuova, diversa, ma ancora attaccato a quella vecchia. Non avrei immaginato che sarebbe stato così difficile. Credo mi concentrassi troppo sul passato. Se ti concentri su ciò che hai lasciato alle spalle, ti perdi sia il presente, che il futuro. Oggi ho imparato ad apprezzare il meglio delle due culture.
Adesso cosa fai?
Dirigo il business development statunitense di un’azienda danese che produce bio-ingredienti. Sono ingegnere chimico specializzato in tecnologie dei polimeri, ho svolto praticamente tutta la carriera nei polimeri, la mia passione universitaria. Negli ultimi vent’anni mi sono specializzato in oleochemicals, prodotti chimici di origine vegetale per le materie plastiche. Ci sono pochi esperti al mondo. Sono stato invitato a contribuire all’Handbook of Industrial Polyethylene and Technology. Ogni anno partecipo alla International Polyolefins Conference di Galveston, Texas. Non male per un ragazzino che andava a ballare al Baboom nella San Severo degli anni Ottanta.
E da volontario dirigi una scuola di italiano.
Per caso. Durante la pandemia la storica scuola di italiano nel North End, la Little Italy di Boston, rischiava la chiusura. È la scuola dove hanno studiato sia i miei figli, che mia moglie da piccola. Ho cominciato come assistente volontario. Era l’occasione per restituire qualcosa alla mia comunità. Dopo un po’ ci ho preso gusto.
Hai scritto anche un libro di testo.
Capisci? Ci ho impiegato quattro-cinque anni. È una raccolta delle mie lezioni agli studenti adolescenti, l’obiettivo principale era di impegnarli senza annoiarli. Gli adolescenti hanno un modo diretto, molto efficace, per manifestare il proprio disinteresse. Ne prendevo nota e sfruttavo il loro feedback per creare lezioni che suscitassero il loro interesse e la loro partecipazione attiva.

I tuoi figli si sentono italiani o americani?
Dovresti chiederlo a loro. Io direi italoamericani.
Hai mai pensato seriamente di tornare a San Severo?
Qualche volta sì, per motivi sentimentali. Ultimamente lo farei per contribuire alla crescita della città. Ho incontrato un amico d’infanzia a San Severo che mi ha fatto notare come uno dei problemi della città sia anche dovuto a persone come me: le menti che avrebbero potuto contribuire alla crescita, ma sono andate via. Un complimento, a modo suo. Non nascondo che mi ha fatto riflettere.
Cosa pensi quando senti parlare di fuga di cervelli?
Espressione efficace, ma non appropriata. Sembra quasi che chi resta non abbia lo stesso cervello di chi parte. Non c’è dubbio che in parecchie parti del mondo ci sono più opportunità professionali. Se poi sia giusto andarci, è un altro discorso. Chi parte lascia sempre qualcosa, e non sempre trova di meglio.

Hai chiamato tua figlia Nathalie.
Sì.
Torni ancora a San Severo.
Molto spesso. E sul Gargano ogni estate. Non so esattamente perché, forse perché “un paese vuol dire non essere soli”, come scriveva Pavese. Forse perché certe cose restano ad aspettarti anche quando non ci sei.

Michele “Mick” Potenza, nato a San Severo, vive a Boston con la moglie Denise e i figli Mattias e Nathalie. Ha una laurea in Ingegneria Chimica conseguita presso l’Università di Roma “La Sapienza” ed un Master in Financial Management conseguito presso la SAA dell’Università di Torino.
Negli Stati Uniti dirige un business di bio-ingredienti per conto di un’azienda danese e, da volontario, insegna in una scuola per la diffusione della lingua e della cultura italiane. È autore di articoli, pubblicazioni e manuali tecnici e del libro di testo Capisci? per Italoamericani. Michele ama i viaggi, il giardinaggio, l’arte, il vino, il calcio, la plastica, la lettura e la cultura italiana.