Leonardo Tancredi, scrittore, ex direttore di Piazza Grande, nel suo primo racconto scritto per Andiamo!, Tre cose che so di lei, elenca tre cose che gli piacciono di San Severo: il cibo, il “dolce crepitare di calcàss” e il basket al campetto. Su quest’ultimo scrive: “Non lo so perché ma a San Severo si gioca più a pallacanestro che a pallone. E siamo pure bravi, quasi tutti, io no. La pallacanestro è la terza cosa da salvare.”
Tancredi ha ragione. A San Severo il basket non è uno sport come gli altri, è parte dell’identità della città, come il vino, l’olio, i fuochi, basta. La Cestistica naviga da anni, con onore, tra A2 e B nazionale, eppure i ragazzi non hanno campetti decenti dove giocare. Ce n’è uno in via Fortore, lontano dal centro. Un altro – fatto maluccio – in Villa, aperta solo per qualche ora al giorno.

Nel frattempo, in mezza Europa stanno piantando campetti 3×3 ovunque: nei parchi, nei cortili, negli spazi inutilizzati. Il 3×3 è disciplina olimpica dal 2021. Uno spazio regolamentare occupa 160 metri quadrati, meno di un appartamento grande. Un campetto fatto bene costa tra gli 8 e i 15.000 euro. Non è una cifra enorme, nemmeno per un comune come San Severo, se c’è la volontà.
L’Edicola Teatro, il teatro più piccolo del mondo, bellissima iniziativa lanciata da Francesco Gravino solo qualche settimana fa, dimostra che con poco si può fare molto. Abbiamo chiesto a Pippo Mimmo, Presidente della Cestistica Academy ASD, e a Luciano Morelli, una delle guardie più amate della storia della Cestistica, cosa ne pensano. Le loro risposte raccontano una città che aveva costruito qualcosa e poi ha smesso di curarlo.
San Severo aveva quattro campetti
Pippo Mimmo, presidente della Cestistica Academy San Severo, sulla città che ha smesso di investire nello sport di strada

Pippo, partiamo dagli anni ’80.
Negli anni ’80, a mia memoria, a San Severo c’erano quattro campi da gioco interi, fruibili da tutti, distribuiti in diversi punti della città. Poi c’erano i residence con il loro campo, strutture sportive come lo Sporting, l’asilo di San Bernardino. L’offerta di spazi dedicati al basket era davvero elevatissima.
Cosa produceva tutto questo?
Che si poteva andare a giocare gratuitamente in qualunque momento del giorno e della notte. A Piazza IV Novembre, per esempio — dove adesso hanno messo un’edicola chiusa. Non mi meraviglio che in quel contesto ci fosse tanta gente che si avvicinava allo sport, che si formassero gruppi, che ci fosse un substrato di attenzione sportiva molto elevato.
Quei campetti tra l’altro hanno visto crescere ragazzi che poi hanno costruito solide carriere professionistiche — Gino Recchia, Donato Di Monte, Nico Foschini ad esempio. Giocatori veri, che hanno calcato parquet importanti, partiti trascorrendo ore sui campetti della chiesa di San Matteo, della scuola media Palmieri, di Piazza IV Novembre.



Poi cos’è successo?
Le amministrazioni che si sono succedute si sono distratte. Hanno dato per scontato che certe strutture non andassero tenute. Le strutture private sono state chiuse, smantellate, riconvertite ad altro. E per rimediare hanno messo un canestro in mezzo al deserto — a Largo Sanità, in giro per la città. Questo è quello che è rimasto.
Il problema però non è solo sportivo.
No, è prima di tutto sociale. Gli sport di squadra sono una forma di socialità — l’attività fisica è quasi l’aspetto più banale. Senza spazi, non c’è più l’occasione per fare socialità. Non ci sono luoghi di incontro dove le generazioni si confrontano. Questo è il danno vero.
Cosa si potrebbe fare?
Moltissime cose. Iniziative miste pubblico-privato, coprogettazione che parta dal basso, che coinvolga i quartieri e le associazioni sportive. Io, in quanto presidente della Cestistica Academy, vorrei poter gestire degli spazi aperti dove permettere a tutti i ragazzi della città — in particolare a quelli che non possono permettersi una scuola di basket — di avvicinarsi allo sport gratuitamente.
Con l’amministrazione attuale com’è il dialogo?
Ho un rapporto con l’assessore Gigi Marino e con la consigliera Anna Mariani. Qualcosa si muove, ho notato forse un miglioramento in termini di propositività. Ma ci sono ancora grosse difficoltà sulla gestione delle strutture: dare gli impianti in convenzione diretta alle società solleverebbe il Comune da molte incombenze, e invece non si riesce ad andare avanti. Poca attenzione, poca concretezza — mi sento di dire questo, in questo momento.
Con le amministrazioni precedenti era diverso?
Con Francesco Miglio Sindaco c’era un dialogo più costruttivo, molto più rapido. Sono state fatte iniziative che hanno avuto riscontri concreti. Noi partecipiamo sempre ai tavoli del terzo settore, proviamo a fare collaborazioni trasversali — con l’associazione per la disabilità sportiva, con realtà che si occupano di attività sociali. La rete nel sociale la facciamo già. Quello che manca è l’interlocutore dall’altra parte.
Campetti cercasi

L’opinione di Luciano Morelli, uno dei migliori giocatori di sempre della Cestistica, oggi allenatore delle giovanili ad Apricena e Cagnano Varano.
“tiratore implacabile dalla media distanza, abilissimo tecnicamente e tatticamente, contropiedista come pochi e devastante nelle entrate, costringeva continuamente al fallo le difese avversarie per le quali era un autentico spauracchio” (forzaneri.it)
Luciano, sei cresciuto trascorrendo ore e ore sui campetti di San Bernardino, San Matteo, dell’Immacolata. Frequenti ancora i campetti?
Sì, e non solo quelli di San Severo. Ovunque vada, cerco i campetti. È un’abitudine. Serve anche per capire le differenze.
E le differenze ci sono?
Eccome. Ho giocato in campetti in Croazia, in Grecia, in Austria. La differenza non è che là non li vandalizzano — li vandalizzano anche là. La differenza è che poi li riparano.
A San Severo no?
A San Severo si usa la vandalizzazione come scusa per non fare manutenzione. Qualcosa si rompe, si mette il cartello “per colpa di pochi”, e non se ne parla più. Come i bagni in Piazza Incoronazione, qualche tempo fa: un bel cartello e via (poi per fortuna li hanno sistemati).

I campetti che abbiamo — come sono messi?
Quello di via Fortore regge ancora perché è fatto bene: struttura tutta in ferro, canestri in stile americano, difficili da smontare. Ci hanno provato, ma con poco successo. Quella è la strada giusta: un palo ben saldato a terra non lo butti giù facilmente. La struttura classica invece, un ferro alla volta, te la smontano pezzo per pezzo.

Però ci sono altri problemi.
La posizione, prima di tutto. Un campetto vicino ai palazzi crea problemi: il pallone che batte a terra dà fastidio ai condomini. Gli orari diventano un tema. Quello di via Fortore funziona anche perché è ben visibile, questo scoraggia i vandali. Ma è lontano.
E quello in Villa?
La Villa sarebbe perfetta come area, ma non è frequentata come dovrebbe. Poi c’è il tema dell’illuminazione: d’estate alle 20:30 è già buio, e se non c’è luce il campetto è inutile proprio quando servirebbe di più.
D’estate i campetti che ci sono si riempiono comunque.
Sempre. Appena metti due canestri, la gente arriva. In via Fortore si crea una piccola comunità. Il problema è che qualcuno ha cominciato a giocarci anche a calcio, al centro del campo, e nascono le discussioni.
Un tempo gli oratori coprivano parte di questo bisogno.
Sì. Quasi tutte le chiese avevano un canestro nel cortile, c’era una struttura, qualcuno che sorvegliava. Adesso non c’è più, e non riesco a capire perché.
Cosa chiederesti?
Strutture serie, fatte per durare. Non qualcosa da attaccare al muro: un palo di ferro ben saldato a terra, che non puoi smontare facilmente. E poi manutenzione costante, non aspettare che si rompa tutto. E l’illuminazione: senza quella, d’estate perdi le ore migliori.
Nel settembre 2020, la consigliera Alessandra Spada annunciò un progetto chiamato “Gioco all’aperto”: tre playground da basket, in periferia: Piazza del Papa, angolo via Alessandrini-via Rossa, angolo via Togliatti-strada Carmicelli. Campetti colorati, writers locali a dipingerli, canestri forniti dal Comune. Il sindaco Miglio aveva già espresso interesse.
Non risulta che quei tre campetti siano mai stati realizzati.
Può darsi che il progetto sia rimasto sulla carta, quello che è certo è che nel 2026 — sei anni dopo quell’annuncio — Luciano Morelli e Pippo Mimmo descrivono ancora una città con uno o due campetti malmessi e nessuna politica sportiva di prossimità degna di questo nome.
E quindi? Esistono tre strade, in ordine crescente di complessità.
- La prima e più rapida: uno spazio privato. Un campetto 3×3 non richiede suolo pubblico. Occupa 160 metri quadrati — meno di un appartamento grande. Cortili di parrocchie, aree di residence, parcheggi vuoti la sera, il retro di un capannone. Come ricorda Luciano Morelli, il precedente degli oratori esiste già: quasi tutte le chiese avevano un canestro nel cortile, c’era qualcuno che sorvegliava. Un accordo con una parrocchia o con un privato è molto più rapido di qualsiasi iter burocratico.
- La seconda: la via associativa. Il regolamento comunale prevede che il Comune sostenga le associazioni iscritte all’Albo con l’utilizzo gratuito o agevolato di strutture comunali.
- La terza: i fondi nazionali, ma i bandi richiedono che sia il Comune a muoversi. Ed è esattamente qui che, stando a Pippo Mimmo, si inceppa tutto.
Insomma la strategia più realistica è questa: costruire il primo campetto su spazio privato con finanziamento raccolto dalla comunità, dimostrare che funziona, e usarlo come argomento per convincere l’amministrazione ad aderire ai bandi per i successivi. Il pilota finanziato dai privati diventa la leva per i fondi pubblici.
Cerchiamo un cortile
O un’area asfaltata inutilizzata. O un parcheggio vuoto la sera. O il sagrato di una chiesa. Qualsiasi spazio piano di almeno 160 metri quadrati inutilizzato.
Un campetto 3×3 si installa in un giorno. Occupa poco, diventa un punto di ritrovo per il quartiere.
Se hai uno spazio — tuo, della tua famiglia, della tua parrocchia, della tua azienda — e sei disposto a metterlo a disposizione, scrivici.
Il sogno







