Restare sulla terra

Lucio Toma insegna italiano e storia all’Istituto Agrario Di Sangro Minuziano Alberti di San Severo. Quasi due anni fa abbiamo parlato con lui di poesia e di terra, quella che si coltiva e si racconta. 

Stavolta parliamo di scuola – riprendendo un argomento già affrontato qualche settimana fa – e, dato che la cultura non è un’idea astratta, non tralasciamo la terra e il territorio. Con qualche accenno alla poesia, un vizio che a un insegnante può tornare utile.

L’intervista

Di Antonella Gagliardi e Canio Mancuso

Come definiresti il ruolo del docente oggi?

Gli insegnanti oggi sono veri e propri eroi. Purtroppo, l’intero “Sistema Italia” – non solo la scuola, ma anche la sanità e l’agricoltura – si regge quasi esclusivamente sull’eroismo dei singoli cittadini, perché lo Stato è manchevole, non riesce a far funzionare correttamente la “macchina” politico-amministrativa e civile.

Siamo al collasso, con una scuola pubblica che scivola sempre più verso logiche private. Non mi stupirei se tra qualche anno vedessimo dei manifesti pubblicitari sulle pareti delle classi insieme alle lettere dell’alfabeto, visto che le cartine geografiche sono già scomparse.

Poi c’è la questione degli studenti: i nostri alunni spesso sono già “sazi” di tutto; mancano di curiosità e vivono in una condizione di totale indifferenza, anche per intontimento digitale. Noi docenti facciamo di tutto per motivarli, ma è difficile quando hai davanti ragazzi che vanno stimolati di continuo perché faticano a riflettere, tanto più con una scuola pubblica depotenziata; una scuola che non seleziona, non forma. È un problema che ormai tocca tutti i livelli, perfino i licei.

Pensi che il problema sia più evidente per le materie umanistiche?

Hai centrato il punto. È capitato che alcuni studenti all’inizio della scuola mi dicessero: “Ah, professore, non sapevo che all’Agrario si facesse italiano…”. Già da questo si comprende quale sia il loro livello culturale.

Mi definisco un insegnante che “lotta per la salvezza”, come gli allenatori che non devono retrocedere con la loro squadra. Io sono l’allenatore di alunni che si devono “salvare”. Pertanto, quando arrivano in prima superiore dalle medie, resetto tutto e riparto dall’alfabeto, gli insegno come si scrive in corsivo o in stampatello.

Uso molto i giochi letterari, i metagrammi o altro, per farli entrare “dentro” la parola. Quanto alla storia, cerco di fargli capire che studiamo il passato per comprendere l’attualità, ma con programmi ministeriali che ti impongono di parlare dei Sumeri e degli Egizi, trascurando i secoli più vicini a noi, è più complicato; i ragazzi sentono questa storia troppo distante da loro. Chiaramente si fanno collegamenti diacronici con l’attualità, ma credo che i programmi andrebbero snelliti per dare più spazio alla storia moderna e contemporanea.

Se i tuoi studenti dovessero descriverti come insegnante, che aggettivi userebbero?

Bella domanda, che però andrebbe rivolta a loro. Lasciando stare gli aggettivi, diciamo che sono uno da “bastone e carota”. Sanno che quando si fa lezione devono stare attenti, ma sanno anche che adoro quando mi interrompono per fare domande, la loro partecipazione attiva è fondamentale; perciò trovo fantastico quando mi correggono, se sbaglio mentre scrivo alla lavagna: è proprio in quel momento che si costruiscono insieme i saperi. Sono consapevole che, in fondo, il mio obiettivo non è il voto, che è solo una misurazione momentanea, ma la valutazione complessiva dell’alunno, della sua maturità.

Cosa pensi dell’uso dell’Intelligenza Artificiale a scuola? Ne parli mai con i ragazzi?

Non in modo specifico, ma è inevitabile farci i conti. Io stesso una volta ho sfidato l’IA con una mia poesia: ha perso lei perché voleva modificare il testo distorcendo il mio pensiero. Però non possiamo negare i vantaggi di un’invenzione simile, pensiamo alla medicina.

L’IA è un supporto ormai imprescindibile, ma mi spaventa la tentazione di usare l’IA a mo’ di bignami. Il rischio è quello di bandire la complessità e appiattire il pensiero critico. La scuola, in un mondo dove i saperi sono accessibili ovunque, è proprio quello di fornire il “filtro” del dubbio e della capacità critica attraverso il rapporto con l’insegnante e un’educazione all’uso corretto degli strumenti tecnologici. Del resto, se è vero che l’IA è in grado di “semplificare” concetti complessi, non può insegnarti la complessità che la poesia concentra in poche parole. Potrebbe l’IA immaginare una poesia come M’illumino d’immenso?

Hai provato a coinvolgere i ragazzi nella scrittura poetica?

Sì, negli ultimi anni ho attivato diversi progetti PON per stimolarli a scrivere narrativa e poesia. In classe cerco di trasmettere loro la bellezza del testo, ma senza trascurare le basi, come gli accenti e la struttura. Sanno che scrivo e che amo la letteratura; questo mi permette di fare lezioni che vanno “oltre” il libro, puntando molto sulla loro immaginazione e sulla riscoperta delle loro emozioni per educarli ai sentimenti e al rispetto degli altri.

Ricordi una lezione di cui sei particolarmente soddisfatto?

Ricordo più che altro dei momenti; sai, ci sono dei momenti in cui ti esalti e ti vengono quasi i brividi e dici: “Caspita, oggi sono in sintonia totale con i ragazzi”; momenti in cui gli alunni sembrano rispondere al 100% a quello che dici. Lo senti, lo percepisci. È capitato, anche se raramente. Però devo dire che il rapporto con gli studenti cresce bene, mi piace ancora, nonostante sia sempre più complesso per varie ragioni. Quest’anno ho una quinta; i ragazzi sono vivaci e non sono delle cime, diciamo così, però umanamente li sento vicini, sento che hanno affetto per me e me lo manifestano, e questo è bello, e forse è già tanto.

Punti molto sulla fiducia reciproca.

Cerco un rapporto franco e onesto. Questo porta i ragazzi ad aprirsi, a confidarmi anche cose intime, dai problemi con le fidanzate ai loro vissuti personali. Li sento come figli (lo dico senza retorica: mio figlio ha pochi anni più di loro); questo legame si vede anche nelle piccole cose, come quando chiedo loro consigli sul tagliando della macchina o su questioni di concimazioni e potatura; sono ragazzi dalle mani sporche di lavoro agricolo, di terra e di officina.

Hai mai avuto problemi con i genitori degli studenti per un voto o una valutazione?
Lavoro in un contesto particolare, lontano dalle dinamiche dei licei ‘di grido’ dove le pressioni dei genitori sono all’ordine del giorno. Da noi c’è molta più libertà: le famiglie si fidano, delegano molto a noi insegnanti e questo ci permette di lavorare senza troppi condizionamenti esterni.

Tengo tantissimo a spiegare ai ragazzi una cosa: il voto non è la persona. Il voto, come dicevo, è solo una misurazione del momento, un fatto tecnico. La valutazione, invece, è un’altra storia. Valutare significa guardare se uno studente partecipa, se porta i libri, se interagisce o se ha il coraggio di contraddirmi. Quella è la vera crescita.

Certo, finché ci sono i voti bisogna essere coerenti: se uno studia va premiato, se uno non arriva alla sufficienza è giusto che prenda quattro. Anche la bocciatura ha il suo senso come criterio di realtà, altrimenti meglio abolire tutto e andare a scuola solo per il piacere di imparare. Specialmente con i ragazzi di quinta, insisto molto su questo: devono smetterla di essere ossessionati dal numero sul registro. Devono pensare a diventare persone mature, capaci di sostenere un esame e di dimostrare che sanno di cosa parlano. Alla fine, preferisco mille volte uno studente che magari prende un voto in meno ma sa stare al mondo, piuttosto che uno che prende nove, ma non sa relazionarsi con gli altri.

La formazione dei docenti si concentra spesso solo sulla materia. Pensi che le “competenze relazionali” si possano insegnare?

Un tempo i percorsi di abilitazione erano molto incentrati sulla pedagogia. Il problema però non sono solo le competenze dei docenti, ma l’equilibrio delicato con l’utenza. Oggi si parla tanto di “clima sereno”, ma c’è il rischio di degenerare se non si stabiliscono dei confini. Spesso dobbiamo inventarci strategie che non esistono sui manuali. Invito sempre chi sta “ai piani alti”, come il Ministro Valditara, a venire nelle scuole, in particolare negli istituti tecnici o periferici, per verificare ciò che dico.

Che valore ha l’Istituto Agrario per il territorio di San Severo?

È una scuola fondamentale, che sta crescendo molto. I nostri alunni “sanno di terra”, molti hanno aziende di famiglia e io cerco di fargli capire che studiare serve a gestire i loro ettari di terreno, le loro proprietà di fronte a una situazione geopolitica e globalizzata non facile, ad uscire quindi dal loro orto familiare e a confrontarsi con il mondo per crescere. Devo dire che le soddisfazioni maggiori le ho spesso dai ragazzi che vengono dai paesi limitrofi, che in genere sono più motivati e conservano ancora quella genuina “ruspanza” che sa di determinazione, di volontà e di sagacia.

Nel nostro territorio abbiamo eccellenze agro-alimentari, penso alle olive, al grano, al vino, al pomodoro, alle verdure. Potremmo essere la zona più ricca d’Italia, se solo superassimo certi limiti di mentalità e di isolamento. La mia scuola in particolare può e deve essere il motore di questo risveglio, formando custodi consapevoli del nostro patrimonio materiale e immateriale.

Cosa cambieresti concretamente nella struttura della scuola?

Va riformato tutto, partendo dalle aule, che dovrebbero essere rotonde, con un’acustica degna di questo nome e tecnologie che funzionino davvero. Sogno una scuola dinamica, dove gli studenti si possano muovere tra le aule, partecipando attivamente alle lezioni.

Anche sulla questione dei cellulari, la legge attuale è ambigua. Piuttosto che vietarli e basta, lo ribadisco, bisognerebbe istituire un’ora di “educazione tecnologica” per insegnare ai ragazzi a “smanettare” con consapevolezza, a usare una risorsa così importante in modo responsabile, e il discorso vale anche per l’IA, di cui parlavamo prima. Tecnologia e umanizzazione devono andare di pari passo.


Lucio Toma (San Severo, 1971) è poeta, giornalista e docente. Nel 1999 pubblica la plaquette Zigrinature (All’insegna del cinghiale ferito), seguita dalle raccolte A gonfie vene (Ianua 2006) e Strada di Damocle (Arcipelago Itaca 2019). Sue poesie sono apparse su riviste e blog nazionali, tra cui: Versante RipidoPoetarum SilvaPoesia ultracontemporaneaTinelli poeticiL’ombra delle parole, e sulle antologie Letteratura del ‘900 in Puglia (Progedit 2008), Sotto il più largo cielo del mondo (Besa 2016), iPoet (Lietocolle 2017). Prossimamente in uscita la sua terza raccolta di poesie.


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