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Kumquat, il western noir di Enzo Verrengia

A partire dal suo nuovo romanzo, l’autore ha parlato con Andiamo!  di fantascienza, di intelligenza artificiale e di San Severo

di Leonardo Tancredi 


Kumquat, 2026, 312 pagine, €20,00 – Pellegrini Editore

Nella piazza deserta di una città immaginaria, ma molto simile a San Severo, due uomini confabulano nella luce delle prime ore del giorno. Quella che sembra una chiacchierata tra amici è l’inizio di un’intricata e avvincente spy story, un grande gioco internazionale che parte da una città assolata del Sud. È l’incipit di Kumquat, il nuovo romanzo di Enzo Verrengia, uscito ad aprile in libreria e online per i tipi di Luigi Pellegrini Editore, che attraversa i generi fino a crearne uno proprio.

Partiamo dall’idea del libro e dalla scelta di ambientarlo in un luogo inusuale, parlando di spionaggio

Beh, è abbastanza semplice. Nelle scuole di scrittura di livello accademico americano, il primo comandamento è “scrivi di ciò che conosci”. Io per anni ho cercato invece di mettere insieme trame di grande sapore esotico, nello specifico di spionaggio più che di noir o di giallo. E avevo la fortuna di lavorare su commissione, perché scrivevo e scrivo tuttora su Segretissimo, che è la collana Mondadori dedicata alla spy story.

Ma io nasco con il desiderio (non dico l’ambizione né la presunzione) di fare lo scrittore, quindi di uscire dai generi. Michele Trecca, un mio amico carissimo che scriveva come me sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”, dice che dovrei scrivere il grande romanzo pugliese, viste le nostre radici.

Avevo difficoltà a lasciare le solite location dei film di spionaggio, Londra, Bruxelles, New York, e calarmi invece in una realtà a me vicina, come San Severo.

La domenica della Festa del Soccorso del 2006 mi telefona un vecchio amico, un grande odontostomatologo che gira il mondo per motivi professionali. Mi dice guarda, ci vediamo stamattina presto perché io poi devo ripartire. Allora ci vediamo in piazza Municipio e facciamo una lunga passeggiata. Quando torno a casa, ho un’illuminazione, come San Paolo sulla via di Damasco. Io conosco molto bene certi fatti della mia generazione e di quella precedente, che messi insieme potevano aiutarmi a sviluppare un racconto di questo tipo: c’è un posto di provincia dove ci sono delle persone che hanno la possibilità, grazie anche al dark side della globalizzazione, di immaginare e di realizzare un piano di assalto economico a livello mondiale, che metterebbe in crisi l’economia globale.

Naturalmente perché tutto questo avesse credibilità nel romanzo, dovevo anche modificare le caratteristiche dei due protagonisti, uno dei quali, chiaramente sono io, anche se il romanzo è scritto in terza persona; l’altro, il mio vecchio amico, il quale, informato sui fatti, mi dà l’imprimatur, e così io scrivo questa storia, un complotto dai risvolti internazionali in una città che non è San Severo, ma con cui ha molti punti in comune: una sorta di conglomerato di San Severo, Cerignola, Manfredonia, un Triangolo delle Bermuda della Capitanata, dove mi sono divertito a immaginare le location. 

“Il kumquat è un arbusto importato dal sud est della Cina. Significa “arancio dorato”, ma noi lo chiamiamo mandarino cinese. È l’agrume più antico, già conosciuto ai tempi dell’imperatore Ta Yu, tra il 2205 e il 2197 avanti Cristo. I frutti si mangiano con la buccia e tutto. Sono ricchissimi di vitamina C, di sapore dolce-amaro, squisiti sotto spirito o in marmellata.

Nei confini della Capitanata ma fuori dai confini esotici tipici del genere…

All’epoca lavoravo come traduttore e propongo il romanzo al mio editore il quale mi dice, senti Enzo, o scrivi una storia di spionaggio normale come quelle che fai tu oppure un romanzo ambientato nel Sud, eccetera, eccetera. Le due cose insieme non funzionano perché noi abbiamo la necessità di restare nel “genere”. 

Ognuno ha un vezzo, chiamiamolo così.  Il mio è quello di fondere il territorio con il mondo, perché nell’epoca della globalizzazione, anche se vivi in un paesino, ti connetti alla rete e fai quello che vuoi.

Se proprio vogliamo inserire il mio romanzo in un genere, direi che il mio è un western noir. Perché si parla anche di San Severo come del Far West. Anche perché l’articolazione dei rapporti tra i personaggi, i buoni e i cattivi, ricalca quella dei film di Sergio Leone, in cui ci sono lunghi silenzi che preparano scene spettacolari di sparatorie. Così succede nel mio romanzo, dove a volte ci sono pagine di dialoghi che “convergono” su una scena d’azione. 

La scelta della Festa del Soccorso come sfondo per il tuo romanzo mi ha fatto pensare alla cinematografia noir statunitense che ha come ambientazione i grandi eventi di strada: il capodanno cinese, il carnevale di New Orleans, quindi Chinatown di Roman Polanski, L’anno del dragone di Michael Cimino. L’ho vista bene?

L’hai vista benissimo. E aggiungo una cosa: la Festa del Soccorso di San Severo non ha niente a che vedere con le feste della ‘ndrangheta e della mafia.

Nel mio libro non ci sono le classiche organizzazioni criminali del Sud. C’è invece una criminalità molto più sottile, quella dei colletti bianchi, che è passata disgraziatamente per gli anni ‘70, che dovevano essere anni di emancipazione, di lotta concreta per migliorare le condizioni del paese, e che invece hanno visto confluire nell’area dell’eversione personalità che venivano dalla borghesia, dove sono tornate quando il vento rosso ha cessato di soffiare.

Quindi quello che tu dici mi ha ispirato moltissimo, cioè i film americani in cui ci sono queste feste etniche, perché non dimentichiamo che l’America è una società multietnica per eccellenza, e ti dico di più, mi sono molto ispirato a un film che è un mio cult, L’Infernale Quinlan di Orson Wells, ambientato a Tijuana. Infatti, la città immaginaria del mio romanzo, è soprannominata dai due protagonisti Tijuana

Dall’incontro del 2006 che ha generato il romanzo sono passati venti anni, come ha influito una gestazione così lunga?

Ho terminato il romanzo nel 2006, poi sono andato avanti per vent’anni a cercare editori e nel frattempo sono successe delle cose che mi hanno indotto ad aggiornare il romanzo, tanto che nella versione finale ci sono dei riferimenti all’attualità. Le bozze le ho inviate a Natale a Marta Pellegrini, la responsabile di una casa editrice di Cosenza che nel 2017 mi aveva pubblicato Millennial – Viaggi nel futuro presente, una raccolta di saggi sulle nuove tecnologie. Il romanzo l’ho abbreviato molto, perché la prima versione era appesantita dai miei giudizi, a volte anche morali. Tengo da anni corsi di scrittura creativa e so benissimo che bisogna limitarsi a rappresentare quello che è, a partire dal rimprovero di Dwight Mcdonald a Ernest Hemingway, “Show it, don’t tell”: mostralo, non dirlo!

Una delle cose che mi ha colpito di Kumquat è la quantità di sapere che si trova nelle pagine. Digressioni erudite, citazioni, riferimenti letterari. Che ruolo gioca la conoscenza nell’epoca dell’intelligenza artificiale?  

Essendo io un militante, più che un appassionato della fantascienza, quello che oggi appare agli occhi di tutti, io lo conoscevo perfettamente dalla mia infanzia, da quando ho cominciato a leggere storie di fantascienza.

Pensa che il personal computer nella prima configurazione, quella col cassettone e la tastiera, lo troviamo in un racconto del 1947 di Marvin Leinster, che lo chiama semplicemente logic, logico, ed è l’anticipazione esatta del pc come noi l’abbiamo conosciuto. Adesso siamo tutti dotati di portatile o di smartphone che è ancora più semplificato.

Credo che tutto stia nel modo in cui si utilizzano le nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale deve essere perfezionata perché sappiamo che oggi è soggetta a errori clamorosi, tant’è che la mia fonte principale di documentazione sono i libri. E questa documentazione io la riverso in ciò che scrivo, perché ho sempre pensato da lettore: se apro un libro non è soltanto per provare delle emozioni, ma voglio anche acquisire cultura, allargare il mio bagaglio culturale e condividerlo con chi è interessato. Se imparo un nuovo termine, mi piace comunicarlo agli altri perché ho superato la fase della scrittura come sfogo interiore. 

Come si fa a democratizzare l’intelligenza artificiale? A renderla uno strumento di equità sociale? 

Conta l’elemento umano. Occorre che soprattutto tra i giovani ci siano delle persone consapevoli, con un’espressione forse azzardata direi epistemologicamente consapevoli dei problemi che la scienza pone. Quindi la componente umana rimane fondamentale. Noi oggi abbiamo invece a che fare con giovani che vivono il digitale in maniera soprattutto edonistica, quando non addirittura di devianza. Parliamo di cyberbullismo, eccetera. Questo è un elemento importante, cioè i giovani secondo me hanno un ruolo fondamentale in quella che tu giustamente hai definito democratizzazione dell’intelligenza artificiale, ma io parlerei anche di democratizzazione del digitale

Si può scrivere fantascienza in un’epoca in cui la realtà sembra essere più avanti del futuro? 

Di questo io mi sono occupato più volte come giornalista. Noi oggi non viviamo il futuro, viviamo la sua rappresentazione secondo standard prevalentemente americani, per cui è come se volessero farci credere che siamo nel futuro. Invece, come diceva Antonino Zichichi, noi siamo fermi al linguaggio, ci manca la cultura.

I miei nipoti sono bravissimi nel sincronizzare il nuovo cellulare, ma sostanzialmente non hanno idea del processo che ha portato allo sviluppo della tecnologia cellulare. Parlo del cellulare, prima dello smartphone. I cellulari non sono altro che l’evoluzione del radiotelefono da campo che purtroppo si usava soprattutto in guerra.

L’idea dei ponti sui quali oggi si basano i server l’ha avuta una attrice bellissima, Hedy Lamarr, che era anche un agente segreto occidentale durante la seconda guerra mondiale.

Ora, conoscere la storia che sta dietro la tecnologia è già un passo concreto verso una percezione autentica del futuro. Ho libri di fantascienza che rileggo spesso in cui, per esempio, la terza guerra mondiale avviene nel 1996. Pensa che il romanzo di Philip Dick, da cui è stato tratto Blade Runner (Do Androids Dream of Electric Sheep? In edizione italiana Il cacciatore di androidi, ndr) ipotizza che nel 1997 ci sia già un post-guerra mondiale. Leggo romanzi di fantascienza ambientati nel 1983, per noi più di 40 anni fa. Quindi, secondo me, dobbiamo lavorare, noi, nel senso delle strutture scientifiche, per sviluppare un’idea del futuro e soprattutto per preparare la gente al futuro. E tutto questo è possibile solo attraverso la cultura. 

Mi hai fatto pensare a una lettura che, di recente, mi ha colpito molto, Diluvio, di Stephen Markley, una distopia terribile, ma incredibilmente aderente alla realtà che viviamo. Non solo la fantascienza, ma la distopia corre velocissima. La letteratura è costretta a rincorrere anche in questo caso? 

Noi oggi dovremmo parlare di metadistopia, nel senso che gli strutturalisti francesi hanno dato al termine mise en abyme, che noi traduciamo approssimativamente come metaletteratura.

Cioè oggi il rapporto tra la nostra distopia – perché noi viviamo in un tempo distopico – e la distopia narrativa, immaginaria, è azzerato. Perché quando si girano dei film di fantascienza apocalittici, per le immagini di repertorio si scelgono reportage televisivi. Per esempio, nei film sugli zombie, quando fanno vedere i “disordini”, non c’è bisogno di ricostruirli.

Volendo rappresentare una città distrutta da un bombardamento, basta acquisire le immagini di Gaza, che sappiamo quale scempio allucinante sia. Ci tengo a sottolineare che quello per me è un genocidio, senza discussioni. Siamo dentro la distopia, eppure non riusciamo a impararne niente. Secondo me, si dovrebbe tornare a quella che si definiva l’epoca d’oro della fantascienza, molto diversa dalla fantascienza sociologica degli anni ‘50 e ‘60. 

In che modo era diversa?

Faccio un excursus brevissimo. Si parte con Amazing Stories, una rivista di fantascienza di cui abbiamo festeggiato il centenario nell’aprile appena trascorso. Dopodiché arriva la bomba atomica, e anche allora si verifica il problema di cui stiamo parlando, cioè la realtà che supera la fantascienza. Allora, Horace Gould, un grande direttore editoriale, si inventa Galaxy, una rivista che comincia a pubblicare racconti non sugli extraterrestri, ma su come si evolve la società, e viene fuori il capolavoro di Robert Sheckely, La decima vittima, in cui l’autore ipotizza la violenza istituzionalizzata che dovrebbe far sparire la violenza delle guerre, eccetera. In Inghilterra fanno di più, e viene fuori una rivista, New World, per cui si passa dall’outer space, lo spazio esterno, all’inner space, con gli effetti della droga, del viaggio con l’LSD, che ti apre un universo secondo me più suggestivo di quello di Galaxy.

Torniamo a San Severo per chiudere. Cosa pensi della scena culturale della città?

San Severo è una città intrinsecamente colta, uno dei primi grandi editori dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili è stato il sanseverese Alessandro Minuziano.

Senza arrivare ad Andrea Pazienza che, nel senso migliore, ormai può essere addirittura un luogo comune, conosco persone di cui mi piacerebbe fare il nome – ma non è il caso – che hanno biblioteche stupende, hanno contatti professionali fantastici.

Quello che qualche volta ha bloccato anche me, è stata la classe politica di San Severo; ti faccio un esempio: quando Andrea (Pazienza, ndr) disegnò la Madonna del Soccorso, la realizzò per me e per un amico con il quale avevamo aperto un’agenzia pubblicitaria. Andiamo dal sindaco di allora per proporgli un depliant sulla Festa del Soccorso, con le parti istituzionali e le parti grafiche realizzate a titolo gratuito, lo sottolineo per omaggio alla memoria del mio amico Andrea. Visti i bozzetti, il sindaco dice: “Ma questo è un fumetto…” e io gli rispondo: “Eh sì, sindaco, questo è uno dei più grandi disegnatori di fumetti.”  

Non è stato l’unico episodio; ho avuto a che fare con tutta una serie di personaggi abbastanza squallidi che non hanno mai saputo e voluto valorizzare le persone capaci. Io vivo a Pescara perché qui ho conosciuto mia moglie, ma quanto a offerta culturale non c’è paragone con San Severo, perché Pescara è una città che si crede soddisfatta di sé.

Alan Moore, Neil Gaiman, i grandi autori anglosassoni, vanno a vivere deliberatamente nei posti degradati perché è lì che puoi trovare gli sfondi migliori; non è sciacallaggio, non fai opera di promozione sociale, sono luoghi da cui ricavi le idee di una narrazione. Quindi a San Severo è proprio il degrado che alimenta la creatività. San Severo ha un potenziale enorme. 

Enzo Verrengia con una parte della redazione di Andiamo!
Le foto sono di Cosimo di Pierro.

Enzo Verrengia

Dopo gli studi al DAMS di Bologna, esordisce come autore, attore e regista di programmi radiofonici e televisivi, teatro e cabaret. Scrive fantascienza, thriller e spy-story. Di quest’ultima fa parte una serie per la collana Mondadori “Segretissimo”, firmata con lo pseudonimo di Kevin Hochs. Realizza sceneggiature per gli albi di Martin Mystère. Quindi escono i suoi romanzi L’eredità di Hyde (Piemme, 2013), il seguito, Sherlock Holmes e la formula di Hyde (Mondadori, 2022) e La spirale dell’estate (Sabir, 2021).

Scrive i saggi Divora il prossimo tuo (Avagliano, 2004) e Complottario (Avagliano, 2006). Per Luigi Pellegrini Editore nel 2017 pubblica Millennial – Viaggi nel futuro presente. Ha tradotto per Bompiani, Longanesi, Mondadori, Rizzoli e Frassinelli. Collabora a La Verità, Conquiste del Lavoro, La Gazzetta del Mezzogiorno e a vari periodici.


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