Alagie

Accoglienza dignitosa significa che ogni essere umano è portatore di diritti.

Le pratiche attuali sull’accoglienza sono semplicemente vergognose.Le vite sospese e le attese infinite in un luogo che non esiste, che siano le baraccopoli o la strada, sono tantissime, in una spirale discendente di erosione di diritti e dignità.

Alagie Singathie non ha retto, come non hanno retto molti ragazzi rinchiusi nei CPR prima di lui, in quelle fogne istituzionali che ci ostiniamo a spacciare per “centri di accoglienza in attesa di rimpatrio”. Andrebbe rivisto il significato della parola “accoglienza” e andrebbero riscritti i vocabolari della lingua italiana.

La logica è sempre quella dello sfruttamento e dello scarto, della negazione dei diritti e dell’isolamento sociale, della solitudine istituzionale e del razzismo camuffato da necessità burocratiche, da accertamenti, da cavilli infiniti e sfinenti.
Le porte a cui si bussa restano sigillate per anni, dentro un’indifferenza spaventosa e disarmante.

Ci si scontra ogni giorno con problemi assurdi, una lettera del nome scritta erroneamente da chi ha registrato la prima richiesta di asilo si può tradurre in anni di attese, la chiusura della questura per presentare la richiesta, in mesi di strada, la carenza di organico, la mancanza di spazi di accoglienza, il taglio nei bandi dell’accoglienza della scuola di italiano, come se la famigerata integrazione tanto richiesta da tutti nulla avesse a che fare con la conoscenza della lingua italiana, e poi ancora il taglio del supporto psicologico a persone che hanno vissuto l’inferno dei confini, le torture, le botte, persone schiavizzate in Libia, vendute e passate di mano da trafficante in trafficante, deportate nei deserti e abbandonate senza cibo e acqua, persone sbattute su barchini di ferro che a malapena galleggiano, persone che hanno visto la morte di amici, figli, madri, padri, risucchiati in pochi secondi dal mare o dispersi in qualche luogo sconosciuto.

Tutto il sistema è spaventoso.

Dalla filiera del male delle rotte migratorie fino a quella della non accoglienza camuffata da emergenza cronica.
L’incapacità di gestione di un’accoglienza minimamente umana e la negazione di corridoi sicuri sono in realtà una strategia politica precisa, per sfiancare, sfinire, spezzare anche le menti più forti e uccidere più migranti possibili, non importa come, non importa la loro sorte, basta che non arrivino e se arrivano basta che stiano al loro posto.
Ed il loro posto è baraccopoli, dove i lavoratori braccianti sono costretti a vivere per anni senza acqua corrente, spesso senza luce, senza sostegno sanitario, sociale, umano, in balia di caporali e logiche ancora una volta di massimo sfruttamento.
Questo sistema è schifosamente diventato patrimonio di questa italietta misera e razzista che considera la forza lavoro a basso costo un diritto acquisito per mantenere il proprio budget nelle spese mensili di frutta e verdura.

I migranti fanno paura e non si vogliono, ma se stanno buoni nell’inferno delle baracche e ci permettono di acquistare i pomodorini a 0,99 euro al kg, vanno benissimo.
Se poi ogni tanto qualcuno dice basta e si toglie la vita, lo consideriamo un prezzo tutto sommato accettabile.

Tanto poi si arriverà il coro dei supponenti, dei sapientoni, dei leoni da tastiera, di coloro che giustificano tutto perché tutto è giustificabile attraverso slogan diventati mantra e verbo: “In fondo anche noi abbiamo tanti problemi, non possiamo aiutare tutti, è colpa delle ONG che portano qui tutti, è colpa dei finti buonisti, però loro non si integrano, sotto casa mia spacciano ecc.” fino ad arrivare al solito “portateli a casa tua” .

Il delitto è compiuto, la vittima è diventata carnefice, la realtà trasfigurata in modo che nulla cambi e il sonno della ragione possa ancora generare mostri.
Un delitto fatto di mancanze sapientemente e politicamente organizzate che costruisce un sistema sociale basato sul privilegio (altro che merito) dove al gradino più basso sta sempre il migrante, ricattabile e sfruttabile perché privato il più a lungo possibile del diritto di esistere.

Alagie Singathie l’aveva presentata la sua richiesta di asilo, aspettava la risposta, i documenti, un luogo dove vivere fuori dalla baraccopoli, aspettava da cinque anni, nel frattempo in lui tutto precipitava. 

Si parlava di misericordia giorni fa, a me resta solo una grande, immensa rabbia.

Simona Forlini


“Mi chiamo Alagie Singathe, o almeno questo è il nome che c’era scritto sui fogli che non mi servono più.

Ieri, nell’accampamento di Torretta Antoniacci, ho deciso che il mio corpo non doveva più piegarsi e umiliarsi su questa terra.
Se guardate la mia foto vedete solo un giovane uomo ma io ero già morto da tempo.
Sono morto ogni mattina quando la sveglia suonava prima del sole e il freddo delle baracche mi entrava nelle ossa.
Sono morto ogni volta che guardavo le mie mani consumate per raccogliere i frutti che altri mangiano, ricevendo in cambio solo pochi spiccioli e il silenzio del fango.
Sono morto perché vivevo e soffrivo lontano dagli sguardi di chi si infastidisce anche solo a parlare dei problemi di un giovane migrante.
La mia disperazione non è nata ieri. È cresciuta nel polverone della Capitanata, tra i filari che sembrano non finire mai. È la disperazione di chi ha attraversato il mare sognando la dignità e ha trovato solo un altro recinto, più invisibile ma più crudele.
Ero diventato un’ombra tra le ombre, un numero per il caporale, un fantasma per chi passa veloce sulla strada asfaltata.
Mi sono ucciso perché la solitudine qui è un muro altissimo.
Non c’è domani quando oggi è solo fatica e umiliazione. Ho scelto questo filo per fermare il dolore, perché non avevo più voce per gridare e nessuno aveva più orecchie per ascoltarmi.
Non volevo essere un bracciante per sempre; volevo essere un uomo, ma questo posto mi aveva tolto anche il diritto di sperare.
Ora che il mio corpo è fermo, forse qualcuno si accorgerà che esistevo.
Ma non spero tanto, domani che è Pasqua già non ricorderete nemmeno che sono passato su questa terra”

Nazario Vasciarelli


Un giovane immigrato si è suicidato, il VENERDÌ SANTO. Alagie Singhate. Questo il suo nome.

Viveva nel GHETTO,  ripeto, GHETTO, di TORRETTA ANTONACCI, alle porte di San Severo.
Isolamento forzato rispetto al resto della società: GHETTO.
Condizioni fatiscenti. Fango.
A voi sembra normale che la società civile si mobiliti ogni anno per vedere l’incontro del venerdì santo e accetti la morte di un giovane migrante, un  ragazzo che ha attraversato il mare per un futuro migliore, lontano dalla famiglia? 
Voglio ricordare a tutti che per il superamento dei ghetti di immigrati nel foggiano, con particolare riferimento a quello di Torretta Antonacci a San Severo, sono stati stanziati circa 28 milioni di euro provenienti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).
Ora qualcuno mi spieghi che fine hanno fatto.
Io credo, a questo punto, che chi ci amministra debba fare un bel passo indietro.
Le parole di commiato suonano DAVVERO STONATE.
Per decenza, TACETE.

Lea Pisante


Il pianto ipocrita della “classe politica” locale dopo il suicidio di Alagie Singath è odioso, intollerabile.

E’ la stessa classe politica che ha buttato nel cesso ben 114 milioni di euro, di cui 28 solo a San Severo, destinati a risollevare i poveri migranti ad una condizione di minima dignita.
È la stessa classe politica che ha nel suo seno i rappresentanti locali di partiti nazionali che hanno dato la morte a questi ragazzi, attraverso una legislazione punitiva che ha alzato sempre più in alto l’asticella della regolarizzazione per renderla impossibile sul piano pratico e che ha solo alimentato mafie locali, scafisti e caporali.
Anni per aspettare permessi di soggiorno che non arriveranno mai.
Anni di file sotto la pioggia davanti alla Questura di Foggia, trattati tutti – bambini compresi – come animali: ore e ore in piedi, al freddo o sotto 50 gradi, ad aspettare senza che a qualcuno sia venuto in mente di mettere a disposizione una sala d’aspetto.
Dovreste vergognarvi, tutte e tutti, a qualsiasi livello.
Mi auguro che i fantasmi dei tanti ragazzi che sono morti in questi anni per la barbarie di un territorio infame come questo vengano a farvi visita.
Mi auguro che vi tolgano il sonno con i rimorsi di coscienza.
Ammesso che ne abbiate una.

Nazario Tricarico


Siamo complici della morte. Possiamo essere anche fautori di resurrezione. 

Dino D’Aloia


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