Stai sulle cose

Emiliana Palmieri intervista Giandomenico Cupaiuolo

Giandomenico Cupaiuolo è uno dei migliori attori della sua generazione. Lo testimoniano i riconoscimenti che ha avuto in più di vent’anni di carriera, e soprattutto il suo lavoro di “ricerca”, la sua curiosità per l’intelligenza degli altri, aspetti non banali del talento. Gli abbiamo fatto qualche domanda sulla vita e i suoi derivati: il teatro, il cinema, la musica, il rapporto con San Severo, la città in cui torna quando può e da cui va via quando deve.      

Dicono che un napoletano non nasce, debutta. Anche se non sei di Napoli, quando hai sentito nascere la tua passione?

Ero adolescente. A volte ti capita di incontrare delle persone che entrano nella tua vita e ne faranno parte per sempre, pur essendo inconsapevoli della loro importanza. Una mia professoressa delle medie mi chiese di partecipare a una recita. Da lì ho capito – ma allora non me ne rendevo conto – che quello che facevo interessava agli altri, e quindi ha iniziato a interessare anche a me. Lo spettacolo era tratto da un libro per bambini, L’astronave di Alek, un romanzo di formazione. “Voglio darti la parte di Alek” mi disse la professoressa.

Il tuo primo ruolo da protagonista.

Sì, feci Alek.

Per farti l’intervista ho aspettato che finissi di girare il tuo ultimo film, Diario di un Brigante: com’è andata?

Molto bene. A volte inizi e non sai che cavolo farai, perché è tutto un punto interrogativo. Mi hanno contattato a ottobre scorso. Poi a dicembre sono venuti a vedere un mio spettacolo a Firenze (Altri libertini di Licia Lanera, da Pier Vittorio Tondelli, ndr), abbiamo fatto due “call”, ho letto la sceneggiatura, però non sapevo cosa aspettarmi. Invece è stato un lavoro gratificante; mi sono divertito molto a fare un film western, andare a cavallo. Non ci andavo da tanto, ma devo dire che me la cavo ancora bene. È stato bellissimo. Nel film interpreto un villain, un cattivo con tutte le manie tipiche del personaggio. Quelli della produzione mi hanno dato molta libertà. Sono ragazzi giovani, inglesi, che sanno esattamente dove vogliono andare. È una produzione indipendente, per cui la libertà espressiva è un fatto esistenziale e ne ho beneficiato anch’io.

Foto tratta dal film “Diario di un Brigante”

Vivi a Roma da tanti anni, ma torni a San Severo appena puoi. 

Quando ero più giovane non tornavo tanto volentieri. Poi, invecchiando, capisci che le tue radici ti chiamano. Torni sempre lì, è inevitabile. A San Severo ho tutta la mia famiglia: i miei genitori, le mie sorelle. E poi ci sono i miei amici più cari, tra cui tu: insomma, ho piacere a stare qua. 

Foto tratta dal film “Diario di un Brigante”

E quando riparti cosa provi? 

Riparto sempre con la voglia di andarmene, senza malinconia. San Severo è una città che amo, ma che mi fa anche soffrire. Bastano pochi giorni qui per capire le cose che non vanno e sono tante. Dal punto di vista culturale e politico è in un momento di stasi gravissimo. Si riprenderà sicuramente, ma ha bisogno di tempo e di partecipazione. C’è un certo tipo di intellighenzia che ha voglia di fare, ma che rimane sulle sue, non si apre alla collettività. Sono cose che mi fanno soffrire, ed è anche per questo che dopo un po’ me ne vado. In realtà vado via sempre nel momento in cui devo farlo. Voglio tanto bene a questa città, ma dopo un po’ devo ripartire.

Ti capita di pensare in sanseverese?

Sì, guarda, più passa il tempo, più penso in sanseverese. Ho fatto l’Accademia (d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, ndr), dove mi hanno “ripulito” la dizione, è normale: se devo fare Shakespeare, devo esprimermi in un certo modo. Però penso e parlo in sanseverese. Un po’ in romano e un po’ in sanseverese. Ma quando mi incazzo, mi incazzo in sanseverese.

“Con la cultura non si mangia”. Lo diceva Tremonti; nel 2014 lo ribadisce Obama, invitando i giovani del Wisconsin a studiare economia invece che storia dell’arte. Dall’altra parte c’è l’IA. Daniela Amodei, che guida Anthropic insieme a suo fratello (sono quelli di Claude) ha detto: “Più l’IA diventa potente, più contano le persone che hanno studiato lettere, filosofia e storia”. Qual è per te il ruolo della cultura in un periodo in cui è considerata superflua? 

In Francia e in Germania hanno un’opinione altissima della cultura. In Italia invece il teatro e il cinema hanno grandi difficoltà, dovute in buona parte alla sinistra. E te lo dice uno che vota da sempre a sinistra: dico la sinistra radicale, non il PD. Dario Franceschini (più volte ministro per i beni e le attività culturali, ndr) ha distrutto le regole teatrali. A tutto questo si aggiungono le difficoltà del cinema, che il governo Meloni è incapace di risolvere. Tornando alla domanda, l’approfondimento culturale ci aiuta a riflettere e a metterci in discussione, è essenziale per la nostra identità di persone. Lo penso non solo come artista, ma come uomo. Secondo me i genitori dovrebbero far capire ai figli che la cultura è fondamentale per la loro vita, per la formazione del loro pensiero, per l’amore, per la morte, per le amicizie, per le loro relazioni umane. Quella di Tremonti è una dichiarazione gravissima, anche perché parliamo di un’industria importante per il Paese, e lui è un bravo economista. La sua mi sembra una considerazione povera, fatta da un pessimo politico.

L’IA può mappare le microespressioni facciali o modulare la voce per simulare qualsiasi stato d’animo. Per una macchina cambiare forma è solo questione di codice; per un attore, è un atto di empatia e vulnerabilità. Pensi che l’IA renderà gli attori più liberi o più ricattabili?

No, guarda, ne ho parlato anche con dei miei colleghi e non credo che l’intelligenza artificiale cambierà le cose. Alla fine, un libro rimane un libro, un essere umano rimane un attore o un cantante. C’è bisogno della fragilità umana, che la macchina non potrà mai ricreare. Credo invece che l’intelligenza artificiale potrà aiutare gli artisti a creare delle cose nuove e a facilitarne altre, a eliminare i tempi morti. 

Altri libertini – Ph. Manuela Giusto

Cosa diresti ai ragazzi che hanno una passione? In che modo dovrebbero perseguirla?

Siate liberi e fate quello che volete nella vita. Senza la paura di fallire. Il fallimento fa parte di noi. È un argomento di cui negli ultimi anni si è molto discusso, perché ora il fallimento è visto come qualcosa da censurare. Tutti noi falliamo. “Riprova. Fallisci di nuovo. Fallisci meglio” diceva Beckett. Però bisogna sognare. La cosa che dico in generale, soprattutto in un momento storico come questo, è decidere da che parte della storia stare.

Hai un rito prima di andare in scena?

Prima sì, ma adesso il mio approccio è cambiato. Ora per concentrarmi mi deconcentro, cazzeggio. Mentre giravo quest’ultimo film un collega molto giovane mi ha detto di aver imparato da me la leggerezza, anche in momenti complicati della lavorazione. Mi ha fatto molto piacere. Ho eliminato tutte le abitudini che avevo da ragazzo, tipo il cornetto. Un mio amico diceva che accarezzavo le palle di zio Fifì. Adesso non faccio più niente. L’unica cosa che faccio prima di andare in scena è dirmi – quando sono al buio, prima che si accenda la luce, magari a sipario aperto perché c’è già il pubblico in sala: “Giandomenico, stai sulle cose!”. Le cose possono cambiare, però sapendo il testo e quello che vuole dire, se stai su quella cosa lì e ascolti il pubblico, che ogni sera è diverso e se ne accorge che tu stai lì, niente può andare male. Anche se dovesse succedere un disguido in scena, stai sulle cose, sempre. Se ci riesci, puoi pure volare.

Qual è il personaggio che ti ha lasciato qualcosa addosso?

Se devo dirne uno, Pinocchio. È un personaggio con cui molti artisti si sono confrontati, a partire da Carmelo Bene. Per me è stato fondamentale, ero giovane, l’ho fatto a 26 o 27 anni e poi l’ho ripreso. In pratica tra i 26 e i 46 anni ho vissuto un ventennio di Pinocchio, con una pausa anche lunga; un periodo in cui il personaggio è entrato profondamente nella mia vita: per me è stato un esercizio di analisi. Interpretarlo a 27 anni, poi a 30 e a 40, mi ha fatto capire come ero cambiato nel tempo. Per me è stato uno spettacolo fondamentale, ma devo dire che è stato anche – e non solo dal mio punto di vista – uno degli spettacoli più importanti degli ultimi vent’anni del teatro italiano. Lo dico senza falsa modestia. (Sorride. Sull’affermazione concordo pienamente, ndr.)

E il film, la musica, lo spettacolo che ti hanno “preso” di più come spettatore?

Sul film nessun dubbio: è il più grande film della storia: ancora adesso un film moderno e complesso, ricco di mondi e di chiavi di lettura. Nella musica Paolo Conte è tuttora fonte di ispirazione per il mio lavoro. Le canzoni di Paolo Conte sono molto teatrali. Quanto agli spettacoli… adesso vado meno a teatro, prima ci andavo tutti i giorni, lo sai. La scoperta di Nekrošius (Eimuntas Nekrošius, regista teatrale lituano, ndr) è stato un momento fondamentale per me. Adesso se parlo di lui alle nuove generazioni di attori, in pochi mi dicono di conoscerlo. Eppure, vedere sei ore di un suo spettacolo era un’esperienza incredibile. 

Qual è l’incontro più straordinario che hai avuto?

Qualche settimana fa ero a cena con Mick Jagger. Ti racconto questa perché ho girato da poco un film con lui e ritrovarselo a cena… Insomma, Mick Jagger per me è come John Lennon! Ho fatto tanti incontri straordinari. Quello con Vittorio Gassman, per esempio. Ero appena arrivato a Roma e gli ruppi le palle per assistere alle prove di un suo spettacolo televisivo per Canale 5, e lui fu molto carino con me, mi disse: “Senti la mia segretaria, mettiti d’accordo con lei”. Lei mi spiegò che Vittorio avrebbe fatto direttamente lo spettacolo, senza prove, e mi regalò un biglietto. Ma l’incontro fondamentale della mia vita è stato quello con Roberto Herlitzka. Ricordo benissimo la prima volta che lo vidi allo storico Teatro Politecnico, faceva Gelo di Thomas Bernhard: un’epifania. Ho avuto la fortuna di essergli amico. Lui e sua moglie Chiara venivano a vedermi a teatro, c’erano affetto e stima. Non dimenticherò mai l’ultima telefonata che mi fecero per un mio debutto a Roma, prima di non vederli mai più. Da Roberto ho imparato che il testo va preso anche con ironia, bisogna cercare dei modi personali del dire che abbiano la tua “cifra”. 

Chi è riuscito a costruire il proprio percorso altrove, ha delle responsabilità nei confronti del territorio da cui proviene? 

Credo che abbia la responsabilità di offrire una visione del mondo che le giovani generazioni possano usare come riferimento. Niente di più. Se poi mi chiedi se si ha il dovere di fare qualcosa per il proprio territorio, io mi sono sempre fatto trovare pronto ogni volta che San Severo mi ha chiamato. Ma non ho mai chiesto niente alla mia città; il mio affetto l’ho dimostrato più volte. Quando ho proposto delle cose, non ho ricevuto neanche una risposta. Se mi chiamano io ci sono, e sono disposto a fare più di quanto si immagini, ma credo di non essere molto considerato, dalla città e dalla sua classe politica. Va bene così.

San Severo sarà commissariata fino alla primavera del 2027. Al netto delle questioni ideologiche, vedi un appiglio per rialzarci?

No, non lo vedo. Sono persino contento che ci sia un commissario. Certo, il commissariamento non è mai un buon segno, perché vuol dire che la politica ha fallito; ma di fatto un progetto politico a San Severo non c’è da quando sono adulto io, da una trentina d’anni. Non c’è una classe dirigente all’altezza. Le poche volte che ho incontrato degli esponenti politici, non c’è stato mai un vero confronto. L’ho detto anche prima, non vedo un futuro radioso a breve termine. C’è bisogno di tempo, di un’altra generazione di politici che i cittadini sappiano scegliere con il voto. Mi dispiace, ma vedo un territorio abbandonato dalla politica nazionale e caratterizzato dall’assenza di un’ideologia di cui in realtà ci sarebbe un gran bisogno. 

Qual è la domanda che manca a questa intervista?

In che momento della tua vita sei? 

Dimmi.

Non lo so. Ci sono dei momenti in cui mi chiedo chi sono. Mi è capitato anche poco prima di girare quest’ultimo film.

Artisticamente o psicologicamente? 

Artisticamente e psicologicamente. Poi però accadono delle cose che mi fanno capire perché faccio questo mestiere. Ok, vivo di questo, ma perché lo faccio? A volte subentrano degli automatismi che possono toglierti il gusto di “fare”: lo fai perché lo fai, bene o male, ma alcune volte ti chiedi dove sei, chi sei. I dubbi sono necessari per “ricostruirsi” con serenità e senza paura. Io ne parlo tranquillamente con gli amici e con le donne che frequento. Poco prima di iniziare a girare, ero in un momento così, ero stanco, non avevo molta voglia, ma poi ci sono dei progetti che mi riaccendono ed è bellissimo, perché capisco il motivo per cui faccio il mio lavoro, Io non credo di avere il “fuoco sacro”, però quando hai fatto chiarezza dentro di te, comprendi il senso di comunità che questo mestiere ti trasmette e perché lo potresti fare per ore e ore senza lamentarti.


Ph – Gioele Vettraino

Giandomenico Cupaiuolo

(San Severo, 1980)

Dal 1999 studia all’Accademia D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. Dal 2002 inizia la collaborazione con Maria Grazia Cipriani e Graziano Gregori, fondatori del Teatro del Carretto portando in scena, come protagonista, diversi spettacoli, tra cui Odissea, Pinocchio (Premio ETI, Premio Baltic House San Pietroburgo) e Amleto, con tournée internazionali dall’America alla Russia. Fino al 2015 fa compagnia con il regista Andrea Baracco con il quale porta in scena vari spettacoli da protagonista, tra cui Giulio Cesare di William Shakespeare, con tournée internazionale, debuttando al Globe Theatre di Londra e vincendo il Festival spagnolo di Almagro, e il monologo Interno Abbado, per il quale vince il Premio “Teatro La Pergola F. Di Francescantonio 2010 attore emergente” e il premio MArteLive per il miglior monologo del 2009.

In teatro ha partecipato inoltre a spettacoli diretti da Corsetti, Michieletto, G. Russo, Melchionna, Postiglione, Scarpinato, Salveti, Biancofango, G. Marini. Al cinema e in tv ha lavorato con Daniele Luchetti (Anni felici) Stefano Sollima (Gomorra), Antonello Grimaldi (Il commissario Zagaria) David Frankel (One chance), Simone Godano (Croce e delizia), Marco Bellocchio (Esterno notte), Renato De Maria (Svaniti nella notte) e, da protagonista, nel film di Salvatore Allocca (Taranta on the road) e nella serie Netflix Luna nera di Francesca Comencini, Susanna Nicchiarelli e Paola Randi. Nel 2021 è tra i ruoli principali della serie Rai Fino all’ultimo battito di Cinzia Th Torrini. Nel 2022 è tra i personaggi principali di Calcinculo di Chiara Bellosi (presentato al Festival di Berlino 2022). Nel 2024 ha presentato il film 8 days in August del regista svizzero Samuel Perriard e il film del regista Palma d’oro Roland Joffè Icon, nella parte di Giuda. Ha presentato al festival di Cannes 2025, nella sezione “Un certain regard”, Karavan della regista cecoslovacca Zuzana Kirchnerova, prodotto da Tempesta film. Tutt’ora è in tournée con lo spettacolo Altri Libertini di Licia Lanera con cui ha vinto il Premio ANCT (Premio della Critica) 2025 per la migliore interpretazione maschile.

Emiliana Palmieri

La matricola Enpals me l’hanno data grazie al primo contratto nel 2001, da allora sono identificata come lavoratrice dello spettacolo dal vivo. Ho fatto di tutto in teatro: dalla cassiera all’organizzatrice, ho aiutato facchini e tecnici purché si andasse in scena, ho guidato tanto, ho consolato attori con vuoti di memoria, ho vissuto esperienze straordinarie con dei miti, ho visto teatri meravigliosi, ho fatto debuttare 5 spettacoli in una settimana, ho dormito in teatro, ho anche passato una notte chiusa in un bagno di un teatro, ho conosciuto tantissimi artisti, ho sbagliato il primo teatro della mia prima tournée (stessa città eh), ho pianto per delle standing ovation, ho visto centinaia di spettacoli, ho ritinteggiato le tavole di un palcoscenico perché non si poteva andare in scena così e tante altre ne ho fatte, rifarei e farò…


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