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Melodie di una vita

Il documentario di Dario Brandi su Matteo Marolla

Dario Brandi è della provincia di Lecce e fa il documentarista, un mestiere che, come dice lui, tutti rispettano finché non gli chiedono come ci campa. Da qualche anno vive a San Severo. Lui e la sua compagna Lucia stavano per prendere casa a Barletta, poi hanno fatto una gita in città, e Barletta è rimasta una casa mai presa.

A San Severo ha sentito parlare di Matteo Marolla; tutti gliene parlavano con amore. Ha ascoltato le sue canzoni, letto i suoi testi e passato quasi tre anni a trasformare la curiosità in un documentario di un’ora e tre minuti. Dario ci racconta com’è nato il film e perché.

Matteo, cantautore sanseverese, se n’è andato a 46 anni, lasciando canzoni scritte “parola per parola”.

L’intervista

Non conoscevi Matteo Marolla di persona. Com’è nato il film?
Mi sono trasferito a San Severo a ottobre e il primo posto che ho conosciuto è stato lo Spazio Off. Lì già si parlava di Matteo. Poi, attraverso Luca Florio, sono finito al Momò, in “via Amsterdam”, che non trovavo su Google Maps perché è un nome fittizio. Salvatore Tota, Gino Florio, tutti mi parlavano di lui con un amore enorme. Ho cercato, e Andrea Cannone mi ha passato qualche link su YouTube, dove c’era tutta la discografia.

Cosa hai pensato dopo averlo ascoltato?
Che mi stava sfuggendo qualcosa. Oltre alla bellezza delle musiche, i testi erano per me vicini alla sensibilità di Guccini o De André, soprattutto per la ricerca delle parole. Anni fa avevo scritto una tesina su De André, che definivo un quadro barocco, dove ogni elemento anche il più piccolo sta lì perché deve starci. Lo stesso vale per Marolla: quella parola è insostituibile.

Cosa ti ha sorpreso di più, la musica o la scrittura?
La scrittura. Amo la canzone di parola, di resistenza, di lotta, le canzoni contadine: dichiarare qualcosa attraverso la musica è la cosa più ancestrale che c’è, e oggi è rara.

Nei pezzi di Matteo ci sono piccole storie in forma di canzone, con un senso e un’estetica molto ricercata. Poi ho letto il libricino di poesie, Zanzare, curato da Marianna: è stata la ciliegina sulla torta.

Che progetto c’è dietro?
Voglio mettere insieme una serie di documentari sulle eccellenze della Puglia, soprattutto musicali. Sto lavorando a un documentario su un artista di Castri di Lecce, il mio paese, e a uno su un signore di Ostuni, morto a oltre cent’anni, che suonava il jazz senza averlo mai studiato e senza avere un pianoforte in casa: si esercitava su quello della chiesa. Quello dedicato a Matteo è il terzo.

Come hai costruito il documentario?
Seguendo un filo logico. Si parte dal manifesto del folk, cioè cosa significava questa forma musicale per Matteo, e dalla sua nascita a settembre, il mese della vendemmia. Poi c’è la sua evoluzione artistica, dal premio vinto come solista, agli Avarinos, il suo primo gruppo, alle collaborazioni teatrali con Ginevra Salvato e Nazario Vasciarelli, fino ai Contrada Caipiroska. Segue un blocco sulla scrittura e sulla poesia, poi la scelta di lasciare tutto per fare il cantautore e quindi il 16 settembre, la malattia. Si chiude con l’eredità: il recupero della lentezza e dei testi, l’elogio del Gargano.

Trailer 1

C’è una frase che ti è rimasta impressa?
Antonio Nasso, che è un chitarrista e quindi sa cosa dice: “Matteo Marolla io lo chiamavo il Jimi Hendrix della penna”. Associare Hendrix alla penna è una metafora bellissima. Nel film c’è anche il suo rapporto con la chitarra classica, preferita all’acustica per il suono più caldo e avvolgente.

Fare il cantautore al Sud è una scelta rischiosa.
Radicale, soprattutto in Italia, e in particolare al Sud: rischi di non guadagnare abbastanza per vivere. Ma secondo me nel suo caso è stata la scelta migliore; solo così poteva dedicarsi completamente al suo lavoro di artista e di divulgatore di poesia.

Trailer 2

Il 16 settembre ha un peso particolare nella storia.
Sì, ed è una coincidenza curiosa: è la data in cui Matteo viene a mancare, ma è anche il giorno in cui, anni prima (nel 2010, ndr) durante una serata dedicata a De André a Bari, canta Un blasfemo. 

Chi hai intervistato per il documentario?
Una decina di persone: due attori, due registi teatrali, musicisti, Gino Florio, che racconta sempre le cose come un romanzo, ma ti fa capire chi era Matteo. Ho posto a tutti le stesse dieci domande, dal manifesto del folk fino alle ultime: “Cos’è stato per te il 16 settembre” e “Cosa vorresti che si ricordasse di lui”. Nel film non ci sono nomi nei sottotitoli: uso le testimonianze come concetti, perché il 90% delle risposte coincideva.

Cosa ti ha colpito di più?
Il fatto che tutti, davanti alla stessa domanda, rispondessero allo stesso modo: il racconto di un uomo affabile, attento ai più deboli, più a suo agio con loro che nei salotti buoni della città. Ma l’emozione più forte è arrivata a fine intervista, con Ginevra Salvato, regista e coreografa che aveva fatto con lui un musical. La telecamera era ancora accesa e io stavo smontando il cavalletto, quando ha detto: “Sono incazzata con la vita, perché ci ha tolto una cosa così bella”. Ho rimesso mano a tutto il lavoro.

Come si evita di fare di un documentario un monumento?
Ho cercato di raccontare la persona attraverso ciò che i suoi testi hanno lasciato. Santificarlo non mi interessava: se Matteo deve restare, è per la scrittura, che oggi manca anche in senso tecnico, ai ragazzini, tra T9 e correttore automatico. Matteo non sceglie una parola perché è la più semplice, ma perché è quella giusta. E allora, perché non prendere esempio da lui, lavorando sulla parola, nell’arte, nella canzone e nella narrativa?

Il film dura un’ora e tre minuti. Come hai evitato la malinconia?
Cercando sempre un momento di alleggerimento: una battuta, un aneddoto simpatico, la descrizione che Paola Marino fa di Matteo, “un ragazzo bello, intelligente, rosso”, detto in un modo che strappa un sorriso. Non mi andava di finire con le lacrime agli occhi: il catastrofismo e l’idea di dover far piangere, tipici della tv di oggi, non mi appartengono. Volevo che restassero i mezzi sorrisi, che risaltasse l’artista con i suoi pezzi. Mandavo le canzoni agli amici a Lecce e a Roma, e la risposta era sempre la stessa: “Dove l’hai trovato? Mandami altro”.

Quanto lo ha ricambiato San Severo, in vita e dopo?
In vita poco, credo. Faceva concerti soprattutto in giro per il Gargano e veniva preso per un menestrello, uno che faceva canzoni belle e ballabili; nessuno capiva la sua specificità di ‘artista. C’era uno zoccolo duro di seguaci, ma, come ha detto Paola Marino, ci si è accorti troppo tardi della bellezza delle sue parole. Poi è arrivato il “fattaccio”.

È un destino che la città ha riservato anche ad altri?
Con i dovuti distinguo, è successo con Andrea Pazienza. Quest’anno sarebbe stato il suo settantesimo compleanno: con l’associazione “Battuta” abbiamo provato a organizzare una mostra, offrendo, gratuitamente, le opere realizzate dall’artista argentino Alaniz  ma il Comune si era dimenticato di avere un concittadino chiamato Pazienza. Credo sia andata allo stesso modo con Matteo Marolla: l’importanza della sua canzone, dei suoi testi e della sua poesia è emersa dopo.

Un’altra storia di San Severo che meriterebbe un documentario?
Luigi Allegato, padre costituente. Un sanseverese che ha contribuito a scrivere la Costituzione, sebbene avesse la terza media, e un passato di guerre. Un simbolo della resistenza contadina. E a lui è intitolata una piazza e basta. Nazario Vasciarelli gli ha dedicato uno spettacolo, ma c’è poco altro. Più in generale, San Severo è una città resistente: pensiamo alle lotte delle donne negli anni Quaranta e Cinquanta.

C’è un’altra San Severo, oltre ai luoghi comuni?
Quando a Lecce ho detto che andavo a vivere a San Severo, mi hanno risposto: “Attento, che lì sparano”. Ma quella è l’anomia dei “bulli di città”, non il passato di chi ha reso grande il paese e l’Italia. Pensa al “Castello”, che c’era e non c’è più: un signore mi ha mostrato la ricostruzione storica della pianta del castello, da Tiberio Solis alla peste, allo spostamento della chiesa del Rosario. C’è tanto da raccontare.

Una persona che meriterebbe più attenzione?
L’ebanista di corso Teresa Masselli, in un piccolo negozio dove lavora il legno in modo sublime. Mi ha detto: “Sai che io suono?”. Suona la chitarra in un gruppo nato negli anni Settanta: ha quasi 80 anni, ma lui e gli altri si ritrovano ancora per fare qualche serata. Se la città sapesse sfruttare questa risorsa di esperienze, ne uscirebbero tante storie simili a quella di Matteo Marolla.

Cosa chiederesti alla città?
Per esempio un giorno all’anno in cui in una piazza si monta un palco, e chiunque voglia può salire a suonare, o si mettono a disposizione tele per chi voglia dipingere. Quanto al film, spero solo che la gente prenda atto che c’è stata una persona che si è impegnata in qualcosa di preciso. Per me raccontare è una forma di resistenza: se anche una sola persona capisce che non bisogna dimenticare quanto di buono è stato fatto, sono contento.

Dove e quando si vedrà?
Ci sarà un’anteprima in città, al Cinema Cicolella, con una data da fissare. Dopo averlo finito e caricato su FilmFreeway, la piattaforma online utilizzata per l’invio di film e sceneggiature ai festival cinematografici, in pochi giorni mi sono arrivati tre inviti, ma ho declinato: preferisco iniziare con l’anteprima, i festival verranno dopo. Intanto c’è un primo trailer di due minuti, a cui ne seguirà un altro.

Quanto lavoro c’è dietro?
Quasi tre anni di grande impegno. Vorrei lanciare un crowdfunding: non per guadagnarci, ma per rientrare nelle spese; un eventuale guadagno ci sarà più in là, con i festival. Quello del documentarista è un lavoro, anche se spesso nessuno lo considera tale. La stessa cosa succedeva a Matteo, a cui chiedevano: “Ma che fai, il cantautore?”.

A proposito di te: sei di Lecce e vivi a San Severo. Come ci sei arrivato?
Per caso. Con Lucia, la mia compagna, che è di San Severo e lavora ad Andria, stavamo per prendere casa a Barletta. Lei ha detto: “Dai, ti faccio conoscere mia madre e ti faccio vedere il paese”. Sono arrivato e mi è successo qualcosa dentro: ho detto che volevo restare. Lei mancava da 18 anni e mi ha avvertito che San Severo non offre grandi possibilità, ma a me, più delle “possibilità”, interessano le persone.

Cosa trovi di speciale nella città?
Un terreno fertile, pieno di semi che possono dare tantissimo, non solo in campo artistico, ma non riescono a germogliare, come se qualcosa – forse l’invidia – bloccasse la crescita della pianta. Poi c’è la parte vecchia, che mi fa impazzire: è la storia d’Italia in piccolo, dal quartiere ebraico alle carceri, passando tra i vicoletti. E affacciarmi al balcone per vedere il Gargano è una cosa che devo fare ogni giorno.


Dario Brandi è regista, autore e montatore indipendente. Da quasi trent’anni lavora tra cinema documentario, regia teatrale e scrittura, con formazione e attività tra Bologna, Roma, Torino e Parigi.

Ha esordito nel 1998 a Bologna con la regia teatrale de “I ciechi”, rilettura di Maeterlinck. Nel 2001 ha scritto il romanzo “Ventre” e nel 2005 ha diretto lo spettacolo “Ulysses Grammophone” (Bologna-Lecce).

Dal 2010 si dedica al documentario: “Road and Desire” (2010), diario di viaggio tra Lecce, Giordania e Palestina; “Ascoltare gli occhi” (2011), sui campi profughi palestinesi; “Polvere e corrente” (2014), codiretto con Andrea Mazzotta, sulle band pugliesi degli anni ’80; “Il venditore di libri” (2018), in quattro capitoli, sull’ingegnere senegalese Amadou.

Il suo ultimo film, “Un bacio nel vento”, è dedicato al cantautore sanseverese Matteo Marolla. Prodotto in modo indipendente grazie al crowdfunding e al sostegno della comunità locale, è privo di voce narrante e alterna un presente in bianco e nero a materiali d’archivio a colori.


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