Per Bibula e non solo

di Canio Mancuso

Mai fidarsi di chi dice “Scherzavo…”; specie se scherzando parlava di sé stesso. 

Ecco, le Lettere che il protagonista del libro spedisce (o forse le ha scritte e non spedite) a una Bibula, che non si sa chi sia, sono uno di quegli scherzi che non si fanno mai alle spalle del prossimo. È la ragione della loro purezza e della loro soavità. 

“Io rido, Bi! Dopotutto è quello che so fare meglio. Sto imparando a ridere anche di me stesso.”

Dice così l’io narrante in uno dei passaggi finali del libro. Ridere di sé stessi è un mestiere complicato, che però si può imparare. Basta un minimo di attitudine per l’incertezza, non parlarsi “nella camicia”, cioè dire parole essenziali e chiare almeno per chi le ha pensate; quelle che restano, come le munizioni quando si è circondati dal nemico. Nell’economia delle parole Salvatore Luca Tota è bravissimo: più di uno scrittore alla moda dovrebbe invidiarlo solo per questo. E poi la questione del ridere, che “soprattutto è cosa umana”, ma vuoi mettere la risata di chi ti prende per il culo dopo averti fatto lo sgambetto, con quella di chi cammina sospeso “sulla fune tra coscienza e incoscienza”? Non sono la stessa cosa: sulla fune, con la cacaccia addosso, dondoliamo noi, mentre gli altri, i ridoni a tradimento, là sotto guardano e si divertono.

La destinataria delle lettere invece non ride e non giudica. Bibula è una creatura fatta di fumo o la “Pazza” disposta ad ascoltarci nell’ora di una seduta psicanalitica pagata in nero, o una ragazza coi capelli rossi e gli occhi smeraldini, disponibile e lontana, o una passeggiatrice professionista, straniera e vicina, o la donna che amiamo e che non ci vuole, e nessuna di queste. Ammesso che sia una donna, e non l’invenzione di un viaggio solitario, un pensiero che ci fa visita nella figura di una divinità muta, gattaccia antropomorfa. Chiunque sia, ha un nome che somiglia a una formula magica contro il temporale, un nome-amuleto con l’accento sulla i, e non parla. Non risponde mai alle lettere del protagonista, ma è sempre in ascolto dei suoi racconti comici e dolorosi. 

Non diciamo comici in quanto dolorosi, ché non è il caso di complicare il discorso, e per favore dimentichiamo la storia del comico con la tristezza incorporata, la preghiera del clown che deve sanguinare per fare bene il suo lavoro, la lacrima disegnata sul faccione cosparso di biacca. Sentimentalismi in cui Salvatore Luca Tota non cade, sia quando comanda Luca, sia quando prevale Salvatore. Le sue sono bruciature, a volte rapide come epigrammi al limite della boutade, a volte lunghe una pagina, che spesso fanno ridere, ogni tanto no, e non pretendono di insegnarci niente, eppure qualcosa ci insegnano: quando sembrano cattive e non lo sono, e parlano di vicine ciotte che fumano; di psicologhe fuori di testa; di un amico tossico “in astinenza di brutto”; e della morte – parlano pure di quella – evocata nell’attimo dello sconforto più consapevole; quando cerchiamo una corrispondenza in uno sguardo chiaro e non la troviamo; quando interroghiamo Dio, che non risponde alle domande anche se ha scritto tutti i libri. 

Emil Cioran nel frattempo passeggia perché soffre d’insonnia, e il comico americano Bill Hicks fa battute bastarde (che gliene frega: ha poco più di trent’anni e sta morendo). Già che ci sono, parlano della vita, che tutti desideriamo piena come una manciata di ciliegie, e resta lì a dieci centimetri dalle nostre unghie. I racconti si chiudono quasi sempre con una gag: ricorrono le parole “merda”, “cazzo”, “coglioni”, le più corporee e infantili, quelle che tengono lontani i malefici. E in fondo, come un residuo nella bottiglia, i sogni, che nel libro hanno un ruolo importante: il protagonista sogna e da sveglio racconta a Bibula quello che ha visto: il cinema che si fa la notte, qualche incubo, in cui il protagonista incontra sé stesso: lanciato sulla strada alla guida di un tir da quattrocento cavalli, si vede sbucare davanti un tizio di mezza età e frena e si accorge che quel tizio ha la sua stessa faccia, anzi è proprio lui allo specchio. Gli pareva di conoscerlo.


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