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Se ho vinto / Se ho perso

di Marco de Matteis

Scatto dalla datazione incerta, presumibilmente tra l’87 e l’89. Io sono quello che fuma con gusto. Il periodo post-punk, nel senso che la mia esperienza punk si era conclusa, ed era riflusso, edonismo reaganiano e tutta la merda della fine degli anni ottanta, quelli che solo Donatella Rettore ha lo stomaco di rimpiangere con nostalgia.

Noi dello zoo di San Severo passavamo tanto tempo così, fumando sigarette sulle panchine, facendo battute, ascoltando tutta la musica possibile.

Si faceva buon viso a cattivo gioco nella prigione sanseverese.

Alla mia sinistra l’allora piccolo Massimino Stravola, fricchettone fiero che mi faceva morire dalle risate con l’imitazione di Jimi Hendrix (ancor oggi, quando ci penso, rido da solo).
Alla mia destra il buon Teo detto “Tabaccone“, soprannominato così per motivi che è facile immaginare, e alla sua destra Feliciana, una mezza matta di cui ricordo bene le unghie che graffiavano profondamente la mia schiena mentre suonavo la batteria durante un concerto (dolore atroce ma non potevo fermarmi), motivata dalla fuoranza causata da un cocktail letale di alcool e zolfo dei fiammiferi, una mistura che si era preparata personalmente, A un certo punto il fu Antonio Amanda, amico/fratello geniale ma un po’ estremo nelle sue cose, le diede un ceffone il cui suono sovrastò tutti gli altri nella sala. Noi non eravamo d’accordo con quel gesto, anche se ne riconoscevamo la buona fede, Antonio cercava di riportare alla realtà la mattacchiona. Lello ti ricordi? Se non sbaglio il ceffone servì a poco, comunque.

Ma torniamo allo scatto. Alle nostre spalle, in solitudine e in piena psicosi, quella ragazza che mi pare si chiamasse Silvana. Fumava 50 sigarette al minuto, altro che Marco de Matteis.
Una vittima della città-mostro, San Severo. Una delle tante.

Ecco cosa eravamo, io, mio fratello, e un po’ le persone che gravitavano attorno a noi. Eravamo catalizzatori di reietti. Gli amici degli ultimi. Quelli che ti danno retta anche se non conti un cazzo, anche se sei completamente svitato. Quelli con cui puoi passare un po’ di tempo in compagnia, quando tutti gli altri te la negano. Credo che il già citato Antonio ci amasse per questo motivo, perché eravamo “diversi”.

All’inizio, appena arrivato nella prigione sanseverese, era l’85, trasferito da Riccione dove mio padre insegnava matematica e dove si era conclusa tragicamente una delle tante fasi della mia lunga tragedia famigliare, all’inizio dicevo venimmo etichettati “i Dark”. Penso perché vestivamo di nero, e ci piacevano pure i Bauhaus, o forse perché nella nostra milizia appena costituita bazzicavano alcuni amanti del genere, Pietro Saracino, col quale più tardi iniziai a suonare, e Mario Manicone, un ragazzo taciturno a cui mancava un braccio.

Mario veniva dalla parte più popolare del paese, non parlava bene l’italiano, gli mancava un braccio, eppure era un Dark. Si era cercato la cultura, o meglio la sottocultura, in un ambiente totalmente ostile, più difficile di quello da cui venivamo noi altri. Aveva una manica della camicia vuota e perennemente appesa, e di cognome faceva Manicone. Lo adoravo.

Quindi dicevo, per tutti noi eravamo “i Dark”. In barba ai miei pochi dischi dei Crass, Dead Kennedys, Conflict, Vandals, Exploited, e le cassette di bassa qualità coi Discharge, i Black Flag, i Germs, i Bad Brains e i gruppi hardcore italiani, e Skin e Punk TNT, una delle prime autoproduzioni italiane, della bolognese Attack Punk Records, coi Nabat e i Rappresaglia. Ma niente, noi eravamo i Dark. La cosa un po’ mi infastidiva, perchè a quei tempi anche il Dark, quello serio, andava agonizzando, ed essere dark era sinonimo di cazzoni modaioli con camicia nera lunga e capello cotonato alla Robertino Smith che al massimo conoscevano appunto i Cure, i Sisters of Mercy, ossia il gruppo trendy di quel momento e i Cocteau Twins. E io ero punk anarcho-punk, che cazzo c’entravo con quella merda? Ma alla fine lasciai correre.

Comunque stavamo sul cazzo a tutti. Allo zoccolo duro del rock e hard rock e heavy metal, per i quali eravamo fighetti. Ai fighetti, per i quali eravamo paria, sfigati, pezzenti. Ai coetanei più inquadrati, per i quali eravamo oggetti misteriosi, i dark, quelli che fanno le messe nere. Ci pigliavano per il culo anche le generazioni prima delle nostre, i post settantasettini e post sessantottini, dall’alto del loro ascoltar blues e Rolling Stones e Hendrix e il rock degli anni sessanta e settanta. Tutta roba a cui stavamo aprendo il cuore e le orecchie anche noi, ma loro non lo sapevano, per loro eravamo dark, eravamo fighetti.

Con gli ultimi citati, i “vecchietti” , ci prendemmo una bella rivincita tra l’89 e il 90, con un concertone in un posto chiamato Scendimonaca in cui suonammo, molto bene, una carrellata di pezzi strepitosi che andava dai Police ai Blues Brothers e non mi ricordo che altro. Eravamo io, il già citato Pietro, Enrico e quello stronzo di Antonio Cocca.

Gli spaccammo il culo, ballavano tutti, giovani e “vecchi”, rockers e inquadrati. Ricordo il pogo solitario di Lorenzo Risoldi su Next To You dei Police e White Lies dei Jason and the Scorchers, e le parole mi pare del sig. Martignetti dopo il concerto “è stata una piacevole sorpresa, noi non pensavamo che voi conosceste questa musica”.

E certo, noi eravamo i Dark, i fighetti.

Ah San Severo, città del mio pensiero, ove prospera la vite e bla bla. Città di merda, che noi tutti opprimevi. Ma ti abbiamo tenuto testa, nonostante le umiliazioni, la noia, la mandibola rotta per futili motivi, le uova in faccia. Abbiamo ascoltato la musica migliore, e poi abbiamo imparato a suonare, e l’abbiamo suonata. Abbiamo riso, pianto, abbiamo vissuto nonostante tutto, come si fa nelle zone di guerra, o sotto le dittature. Abbiamo stretto grandi amicizie, fatto piccole ma grandi esperienze legate al cuore, allo spirito.

E poi finalmente me ne sono andato. E altri come me. La grande illusione della vittoria, finalmente fuori dall’inferno.

Ecco, io empatizzo coi migranti, perché so cosa vuol dire. So cosa significa fuggire da un luogo che cerca di ammazzarti, sottilmente o più esplicitamente, a seconda dei casi. E soprattutto, so cosa significa arrivare in un posto che non ti vuole, tu illuso, carico di belle speranze, in definitiva coglione, che credi che l’inferno sia il posto che lasci, e invece quella è solo una delle facce della medaglia.

Fratello migrante, nella mia umile esperienza posso dirti che per gente come noi il 99esimo dei famosi cento cancelli non arriva mai. Ci sarà sempre un cancello da scavalcare.

Concludo questo sproloquio, che mi costerà sicuramente qualche critica e diversi sberleffi, ma chi se ne frega.

E concludo con un messaggio alla città che mi ha “accolto”, Bologna, quando vi sono immigrato nel lontano 1990.

Inizierò mettendola in prosa (questa battuta possono capirla solo i sanzeveresi):

Oh città del cazzo, sono più di quarant’anni che provi in tutti i modi a farmi capire che non mi vuoi. Eppure io ti ho amata tanto, qui ho vissuto la mia gloriosa infanzia, qui ho fatto le scuole elementari e parte delle medie, nelle tue strade sono cresciuto. Qui ho fatto i miei errori più grandi e le più varie esperienze. Ho preferito i tuoi tortellini in brodo di carne alla parmigiana. Ho pagato anni di carissimo affitto e mia madre prima di me.

Ma va bene. Ti voglio dire una cosa: hai vinto. Ho capito, mi arrendo. Ti faccio una promessa, così magari non insisti. Ti prometto che quando sarò libero da obblighi affettivi o economici verso terzi, quando non avrò più nessuno da accudire e di cui prendermi cura se non me stesso, ti volterò le spalle e me ne andrò. E cancellerò ogni ricordo degli anni vissuti sul tuo fottuto asfalto e fra le tue costosissime mura, fuori e dentro porta, nel vano tentativo di condurre una vita degna di essere tale. Per cui non ti accanire, sono un uomo di parola. Abbi ancora un po’ di pazienza. Fine.


Pubblicato come newsletter nell’aprile del 2024.


Marco de Matteis

Tatuatore dal 1993, titolare presso Black Market Tattoo Studio, via Ranzani 13/5c, Bologna.

CONTATTI
@marcodematattoo
Tel : +39 344 1354438

Andiamo! lo ha intervistato a dicembre 2024.


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