Dall’ingegneria all’azienda di famiglia produttrice dello spumante metodo classico d’Araprì, Anna d’Amico si racconta in questa intervista e ci porta nella sua vita in cantina.
Per Anna, d’Araprì non è solo un luogo di lavoro, ma un’estensione dell’atmosfera conviviale in cui è cresciuta, dell’amore per il suo territorio, un amore che passa inevitabilmente dal cibo. È attorno ad esso che ruotano le persone, le pause in cantina, il lavoro stesso. Non si può mangiare senza bere e senza chiacchierare in buona compagnia. In questo trittico il cibo diventa quindi, prendendo in prestito le parole dello storico Massimo Montanari, cultura: “È cultura quando si produce, quando si prepara, quando si consuma”.
L’intervista
Mi sorprende sapere che, al di fuori delle cantine d’Araprì, tu abbia una formazione in Ingegneria Informatica. A prima vista sembrano mondi molto distanti.
L’informatica e la logica che la governa mi ha sempre affascinato. Alle superiori ho frequentato la sezione informatica della ragioneria, poi mi sono trasferita a Bologna per studiare Ingegneria Informatica. Mi piaceva l’idea di intraprendere un percorso un po’ più tecnico. Sapevo che mi sarebbe sempre piaciuto tornare a San Severo, però allo stesso tempo ero consapevole che, studiando informatica, mi stavo allontanando molto da quello che poteva essere un mio ruolo in cantina. Inoltre, all’epoca pensavo che con l’informatica avrei potuto lavorare ovunque, anche se non c’era ancora l’idea del nomade digitale come oggi.
Nel 2016 hai deciso di rientrare a San Severo.
Sì, ho lasciato il mio lavoro a Bologna e sono tornata a San Severo. Inizialmente ho lavorato per tre stagioni estive al Trabucco, poi per un anno ho lavorato come freelancer, avviando un’attività mia nel campo dell’informatica. Poi ho deciso di lasciare. Ovviamente ci sono state grandi discussioni con mio padre per questo.

Così lui mi disse: “Visto che in questo periodo non stai lavorando, il pomeriggio vieni a darmi una mano in cantina”. A volte mi chiamava anche la mattina. Poi con il tempo, mi sono inserita stabilmente in azienda. E non me ne sono più andata. Questo era il 2016.
Tu, Daniele [Rapini] e Antonio [Priore], figli dei tre soci fondatori di d’Araprì, siete entrati a pieno regime nell’azienda. Come vi dividete oggi le responsabilità?
Antonio segue principalmente la parte operativa, dalla vendemmia all’imbottigliamento, la gestione del magazzino e l’organizzazione di eventi. Daniele si occupa maggiormente dei fornitori e supporta le attività commerciali e di accoglienza. Io seguo soprattutto l’area commerciale, l’accoglienza, le degustazioni più tecniche e parte dell’amministrazione.

Non esiste però una divisione rigida dei ruoli. Ci supportiamo a vicenda in base alle esigenze, c’è un confronto continuo tra noi e cerchiamo di saper fare sempre un po’ di tutto.
Lavorare in un contesto professionale che sai essere “tuo” non deve essere facile.
Quando l’attività è tua non spegni mai il cervello. Sento la responsabilità nei confronti delle persone che lavorano con me e cerco, per quanto possibile, di garantire un equilibrio. Si ha a che fare con persone diverse e si ricopre comunque un ruolo di leadership. Allo stesso tempo, però, è molto stimolante. Mi capita spesso di osservare qualcosa e collegarla immediatamente all’azienda. Il mio cervello va sempre lì.
Cosa ti piace del tuo lavoro?
Mi piace il settore. Parli di cibo e di vino, due argomenti che mi hanno sempre appassionata e con cui sono cresciuta. Fin da piccola, in famiglia c’è sempre stata grande attenzione alla cucina. Il cibo non è semplicemente qualcosa che serve a nutrirsi: è un momento di piacere. Lo stesso vale per il vino. Mi piace anche il contatto con le persone. Certo, tra pranzi, cene e degustazioni il lavoro può essere faticoso, ma è bello creare relazioni e confrontarsi con persone diverse.
Un altro aspetto importante è il rapporto con chi lavora in azienda. Per me è stato significativo conoscere mio padre in una veste diversa e conquistarne la stima. Credo sia un percorso che abbiamo vissuto tutti noi della nuova generazione.
Far parte della nuova generazione alla guida di Araprì comporta anche una certa responsabilità. Hai mai sentito il peso delle aspettative legate a questa eredità?
I soci ci hanno visto crescere e, a un certo punto, hanno dovuto fidarsi di quelli che sarebbero diventati i loro successori.

Una delle soddisfazioni più grandi è essermi guadagnata la fiducia anche degli altri due soci. Mi piace sapere di potermi confrontare con loro e che siano disposti ad ascoltarmi.
Dico sempre che esistono passaggi generazionali monodirezionali, in cui la generazione precedente trasmette semplicemente conoscenze e decisioni a quella successiva. Credo invece che il processo funzioni meglio quando è bidirezionale, quando chi ha più esperienza è disposto anche ad ascoltare. Da noi penso che tutti si siano impegnati molto, da entrambe le parti, e per questo ho un enorme rispetto per loro.
Mi parli dell’ambiente familiare in cui sei cresciuta?
In qualche modo tutto è sempre ruotato attorno al cibo, ma in maniera molto positiva. Mia madre ha sempre coltivato la sua passione per la cucina. Inoltre, sia lei che mio padre sono chimici e insegnanti, quindi si parlava spesso di chimica. La nostra casa è sempre stata un porto di mare, anche perché entrambi hanno sempre amato il loro lavoro e vi si sono dedicati con grande passione, e c’è sempre stato uno scambio tra loro: si confrontavano, si davano consigli pratici, soprattutto legati alla cucina.
Spesso capitava di tornare da scuola e trovare a casa il mastro birraio della Baladin oppure un enologo. Papà li portava in cantina e poi venivano a mangiare da noi. Arrivavano le telefonate: “Non tornare a casa, passa in cantina e compra due mozzarelle che mangiamo tutti insieme”. Era tutto molto naturale.



Inoltre vivevamo costantemente gli eventi. I nostri genitori ci portavano spesso con loro e mi è capitato di ascoltare tantissima musica dal vivo e incontrare persone interessanti. Allo stesso tempo c’era anche un forte senso della disciplina.
C’è un periodo dell’anno che preferisci nel tuo lavoro?
Sicuramente l’imbottigliamento e la vendemmia.
L’imbottigliamento mi è sempre piaciuto perché aveva dei ritmi particolari. Adesso, occupandomi dell’ufficio e di altre cose, lo vivo meno. Si iniziava alle sei del mattino, tra febbraio e marzo, e cambiava completamente la routine quotidiana. Stavi in linea di produzione e passavi tutto il tempo insieme agli altri. La mattina si mangiava pane e pomodoro. Durante il lavoro si parlava dell’attualità, di quello che succedeva, di mille cose.

La stessa cosa vale per la vendemmia. Anche lì c’è un ritmo diverso, che spezza la giornata rispetto al resto dell’anno. A pranzo tutti si fermano a mangiare in cantina. La cosa bella è che non sai mai chi trovi a tavola. Magari arriva un amico di qualcuno, si cucina qualcosa, si mangia tutti insieme, si creano momenti di confronto. Sempre a tavola, sempre mentre si mangia. C’è convivialità: confusione, la gente parla, qualcuno urla, si assaggia del vino. Poi ci sono tutte le tradizioni: la pesca nel vino, che non manca mai. E poi le discussioni sul cibo: “A me la pasta piace più brodosa”, “A me meno brodosa”. Credo che siano i momenti più belli.

Ti è mai capitato di sentirti discriminata in quanto donna al lavoro?
No. Mi accorgo però quando qualcuno ha un atteggiamento diverso nei miei confronti. Il fatto è che ho sempre cercato di adattarmi e, in un certo senso, di abbattere io stessa la barriera. Mi piacerebbe occuparmi un po’ di più della parte tecnica in cantina, ma anche in questo senso mi sono impegnata molto e mi sento coinvolta. Mi piace assaggiare i prodotti e affrontare le degustazioni in modo metodico, cercando di analizzare ogni elemento e di trovare spiegazioni e collegamenti.
Credi che la storia dei tre amici che creano qualcosa insieme ti abbia ispirato anche ad avviare il progetto di Giro Esterno Podcast?
Sì, mi hanno sicuramente ispirato. Per molti anni hanno avuto, e in parte esiste ancora, la Confraternita del Bombino. Si ritrovavano un mercoledì sì e uno no: mio padre, Ulrico, Louis e altri amici. Si vedevano, mangiavano e bevevano insieme. Era bello vedere degli amici che si incontravano regolarmente per stare insieme. C’era sicuramente il desiderio di avere un gruppo con cui ritrovarsi per fare qualcosa di bello, qualcosa che facesse bene all’anima. Non semplicemente trovarsi al bar, ma creare qualcosa di positivo. Mi piaceva l’idea di creare anch’io uno spazio che fosse in parte mio, ma all’interno della cantina.

Quindi un giorno mi capitò di parlare con Salvatore Santacaterina, lui contattò Anna Tamalio e propose di fare un podcast. L’idea che mi venne subito, però, fu quella di farlo con un pubblico dal vivo. Su questo sono sempre stata molto insistente, perché volevo che fosse un collante sia per chi vive fuori sia per chi vive a San Severo.
Come la trovi San Severo in questo periodo?
Questo però è un brutto periodo. La sporcizia della città mi dà tremendamente fastidio. Però amo questo territorio, anche al di fuori di San Severo.
Sei un po’ delusa dallo stato della città?
Sì, ma perché ci tengo. Forse perché continuo sempre a ragionare sulla storia. È una domanda che faccio spesso anch’io: questa era una delle zone più ricche, com’è possibile che sia caduta così in basso? Poi però guardi la storia e capisci che funziona così. Dove c’era la cultura, a volte arriva il declino. Sono cicli. Se ci pensi, non esiste un posto che sia rimasto sempre sulla cresta dell’onda. E molte volte non sono nemmeno cose sotto il controllo dei singoli individui.
Nel suo piccolo, San Severo è sempre stata una città di riferimento sotto tanti punti di vista. Tornerà a esserlo? Non lo so. Se guardo soltanto San Severo, forse stiamo vivendo un periodo leggermente migliore. Ho la sensazione che ci sia un piccolo fermento culturale. Certo, esiste il problema della delinquenza, ma non percepisco più quel momento così critico e buio che abbiamo vissuto in passato. Certo, vivi sempre con il timore che qualcuno possa reagire male. Che siano dei ragazzini, una gang, oppure un adulto a cui fai notare che ha parcheggiato male o sulle strisce. Hai sempre paura che possa succedere qualcosa. Secondo me è questo il problema.
Una cosa che ha sempre detto mio padre, e che oggi capisco sempre di più, è che la società è un sistema molto complesso. E un sistema complesso funziona quando riesce ad autocontrollarsi. Se qualcuno butta una carta per terra, non puoi semplicemente ignorarlo. Devi dirgli di raccoglierla, oppure raccoglierla tu stesso. Bisogna contribuire a controllare queste piccole cose.
In che modo pensi che l’azienda d’Araprì possa avere un impatto positivo sul nostro territorio?
Sicuramente ha dimostrato che in un territorio spesso mal considerato si possa fare imprenditoria di qualità, valorizzando il territorio e soprattutto un settore spesso denigrato (ricordiamo che il Bombino ed in generale San Severo produce molto mosto/vino da taglio). Ad oggi credo che noi, insieme a tante attività imprenditoriali sanseveresi, continuiamo a far parlare in modo positivo di questa città.


È bello sentire i sanseveresi che si “vantano” parlando bene di d’Araprì come se facessero parte loro stessi dell’azienda. È come se avessi una famiglia allargata, altro che marketing e strategie! Il passaparola, la miglior pubblicità che si possa avere.
C’è qualcos’altro che ti ha spinto a tornare in Puglia?
Beh, io sono tornata anche per San Menaio. Amo San Menaio. È l’unico posto che mi mette “in crisi” e ti porta a pensare: “Adesso lascio tutto e vado a vivere a San Menaio”. C’è il verde, non ci sono tante persone, ma credo sia una questione anche affettiva: è un luogo che ho sempre vissuto, la casa che mio nonno ha sempre curato. Anche quello è sempre stato un porto di mare. Ci sono sempre stati amici, persone che venivano a trovarci. È un luogo di cui senti di doverti prendere cura. C’è stato persino un momento in cui ho avuto la sensazione che San Menaio non mi volesse più, hanno cominciato a rompersi le cose, una dopo l’altra. Però è l’unico luogo dove, quando arrivo, penso: “Ma che cosa mi importa del resto?”