Black Ink

Marco de Matteis inizia a tatuare nel 1993, quando durante un viaggio in Interrail riesce a procurarsi la sua prima macchinetta.

Il tatuaggio arriva nella sua vita come una rivelazione: non arte, ma altro – un atto di fiducia tra chi tatua e chi viene tatuato. 

Professionista di riferimento e maestro Stefano Marchesini, Apelles Tattoo Studio, presso cui lavora dal 1998 al 2000 circa, collaborando contemporaneamente con lo studio di Lauro Paolini di Reggio Emilia.

Oggi lavora nel suo studio a Bologna, il Black Market, aperto nel 2003. Si è specializzato in diversi stili: Black and Grey, Black Work, Japanese, Portrait, Biomeccanico.

Bologna è ri-diventata casa sua, anche se – come confessa – non sempre è stata una relazione facile. Marco è anche un ottimo narratore. La sua So ho vinto / Se ho perso è stata una delle storie più gradite dai lettori di Andiamo! 

Come hai iniziato a tatuare?

Ho iniziato poco dopo i miei primi tatuaggi, mi sono innamorato della cosa. Allora vedevo l’atto del tatuare come un passaggio, un trasferimento di qualcosa di significativo, di importante. Tatuare le persone era qualcosa di cui sentirsi onorati, sai, la fiducia che i cosiddetti “clienti” (termine orribile) riponevano nelle tue mani. Poi sì, c’era il fattore artistico, ma per me era in secondo piano, almeno nella prima fase del mio “innamoramento”.

Se invece intendevi come materialmente ho iniziato a tatuare, andò più o meno così: feci un Interrail con la mia ragazza di allora, e di comune accordo ci fermammo un po’ di più a Londra, dove facemmo il giro dei tattoo shops chiedendo dove reperire l’attrezzatura, la “tattooing equipment”, come si chiamava a quel tempo.
Ovviamente ci mandavano tutti al diavolo, c’era molta omertà, cose da circolo chiuso, per pochi. Poi andammo a Hull ospiti di un amica, e anche lì niente.

Stavo per rinunciare, ma il giorno prima di partire la mia amica andò in un tattoo studio a chiedere per me, la fortuna volle che il tatuatore era anche un fornitore di macchinette e materiale per tatuaggi, un tale Ronnie Starr, e sbattendogli un po’ le tette sotto al naso lo convinse ad aiutarmi. Così andai lì, lui mi spiegò in sintesi i primissimi rudimenti, come saldare gli aghi e altre cose, e mi vendette a poco una macchinetta bruttissima, forse la peggiore che aveva.

Ecco, ho iniziato così. E la macchinetta ce l’ho ancora, anche se non la uso più.

Hai avuto dei maestri o hai fatto studi specifici?

Ho avuto un grande riferimento, una brava persona, Stefano Marchesini, che è stato per me ciò che più si avvicina al significato della parola “maestro”.

Dico questo perché il mio rapporto con lui è stato anche amicizia, stima, complicità, almeno fino a un certo punto.

Comunque io non ho mai fatto l’apprendista presso il suo studio, volutamente, perché non volevo seccare nessuno e mi piaceva l’idea di cavarmela da solo. D’altronde gli “studi specifici” di quel tempo erano: guarda come fanno gli altri, sperimenta su di te (gambe, panza), una volta sicuro azzarda a tatuare la pelle altrui, ma con parsimonia e misura.

Oggi i corsi si sprecano, io però consiglio, a chi volesse iniziare, un apprendistato tradizionale presso uno studio.

Disegnavi o dipingevi, prima?

Disegnavo da bambino e fino all’adolescenza, il sogno era fare il fumettista. Da piccolo disegnavo i supereroi Marvel e DC, ma anche i personaggi di Alan Ford, o gli anti-eroi di Magnus e le Sturmtruppen di Bonvi. Poi ho scoperto il filone Totem, Metal Hurlant, Alter, tutta quella bellezza firmata Corben, Bilal, il “nostro” Pazienza e tutti gli altri di quel periodo.

L’Eternauta fu uno degli ultimi baluardi di quella meravigliosa “scena”.

Poi però è entrata la batteria nella mia vita, mi sono messo a suonare e ho abbandonato tutto. 

Ho frequentato solo il primo anno all’Istituto d’Arte di Foggia, poi ho abbandonato.

Ho ripreso a disegnare quando ho iniziato a tatuare, avevo ancora un po’ di mano ma ho dovuto impegnarmi. Non ho mai dipinto. 

Consideri il tatuaggio un’arte o un tipo di arte applicata? 

Considero il tatuaggio qualcosa di diverso, è troppo poco definirlo “arte”, perché ha a che fare con lo spirito e con la storia delle persone, le persone che tatuano e quelle che si tatuano. La persona che tatua deve essere “ferrata”, ma non dovrebbe “vendere i suoi pezzi” ai clienti, o perlomeno non dovrebbe fare solo quello.

Per me il tatuaggio è anche collaborazione, fra il tatuando e il tatuante. 

Io non mi sento un artista, l’artista produce arte a prescindere, perché ne ha l’urgenza, poi se gli va bene riesce a venderla, io disegno in base a ciò che mi si chiede, e il fine ultimo è il tatuaggio.

Ma questo è solo il mio approccio, ovviamente,  non è la verità assoluta e non sto dicendo che lo sia. 

Quali altre arti ti hanno ispirato e ancora ti ispirano?

Mi piacerebbe scolpire, non l’ho mai fatto. Ma non credo che succederà.

Il tuo studio è a Bologna. Hai mai sognato o pensato di trasferirti in qualche altra città?

Qualche volta mi sono immaginato in situazioni tribali, in un villaggio o chessò, sarebbe forte. Non lo so, vivo a Bologna da un po’, ho messo qualche radice, ma penso che sarei felice anche se tatuassi altrove.

Marco de Matteis

Tatuatore dal 1993, titolare presso Black Market Tattoo Studio, via Ranzani 13/5c, Bologna.

blackmarkettattoostudio.it

CONTATTI
@marcodematattoo
Tel : +39 344 1354438

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