Erminio Fiore spazzava l’atrio di Palazzo Bianchini con la stessa meticolosità da orologiaio tutte le mattine da trent’anni.
Il suo obiettivo quotidiano era liberare lo stemma del Cavaliere Alabardato, simbolo della città di Peggiorini, dalle foglie del magnificente ginkco biloba che sorgeva al centro del Palazzo, sede del municipio.
Erminio svolgeva il suo lavoro quando gli uffici erano ancora chiusi, in perfetta solitudine. L’arrivo degli impiegati, dei vigili urbani, dei consiglieri comunali, degli assessori e del sindaco – in questo ordine – era vissuto con fastidio dall’inserviente che fino a quando era solo poteva sentirsi il padrone di casa. E con quella dedizione portava a termine il suo compito.
Quella mattina invece, era ansioso che arrivassero gli impiegati, in particolare il dott. Rampulla, segretario personale del sindaco. Aveva una lettera urgente da consegnargli. Il contenuto della missiva, in realtà, era un’informazione che il signor Fiore aveva provato a trasmettere al sindaco in ogni modo possibile, più volte negli ultimi dieci anni. Aveva mandato email, messaggi telefonici, raccomandate, perfino in un biglietto di auguri per Rosaria, la primogenita del sindaco, aveva provato a infilare quelle parole. L’unica cosa che non poteva fare il signor Fiore era comunicarlo a voce, essendo muto dalla nascita.
L’ansia di quel giorno era conseguenza di una notizia arrivata il giorno prima, anche questa con una lettera, che rendeva le informazioni in possesso del signor Fiore di vitale importanza.
La busta, indirizzata al dott. Stanislao Cincischielli, sindaco di Peggiorini, portava il timbro del M.A.T.T.I. (Ministero Architravi, Tegole, Tetti e Infissi) e conteneva un bando per il finanziamento illimitato e a fondo perduto di opere infrastrutturali che interessassero “le superfici apicali dei fabbricati pubblici”.
Quando la giunta comunale, riunita al gran completo, ebbe accertato il significato della parola apicale, partirono subito i lavori di istruttoria per la preparazione della discussione preliminare circa le modalità di utilizzo di quei fondi.
La prima iniziativa fu l’invio di un sondaggio tra i consiglieri comunali per assicurarsi che tutti avessero compreso il senso profondo della parola “apicale”. In seconda battuta venne dato mandato a ognuno dei trenta consiglieri di chiedere ad almeno dieci conoscenti di esprimere un parere sull’opportunità dell’utilizzo di un termine così oscuro in un passaggio cruciale di un bando pubblico. Infine, nell’ottica di cogliere anche il parere dei cittadini più giovani, a ogni insegnante delle scuole primarie venne inviata una circolare che li obbligava a impegnare gli studenti in un testo libero che contenesse almeno una volta il termine “apicale”.
Alla fine di questo percorso di partecipazione, la giunta, con una delibera del sindaco, annunciò che i fondi del M.A.T.T.I. sarebbero stati utilizzati per modificare il tetto di Palazzo Bianchini, sede del municipio di Peggiorini.
Modificare. Ma come? Era necessario un processo democratico per la definizione degli obiettivi.
La dott.ssa Magda Negletti, presidente del Consiglio Comunale, aprì la seduta inaugurale del dibattimento che poteva essere seguito in diretta grazie all’app Peggiomisento – elaborata dall’ing. Carla Arraffotti con i fondi M.A.T.T. I. – ognuno sul proprio smartphone oppure sulle lavagne digitali degli entusiasti studenti della città.
Il primo a chiedere la parola fu il dott. Michelangelo Avvanvera, esponente di spicco del PMV (Partito Mai Visto), il quale, dopo un’appassionante excursus storico sulle funzioni dei tetti degli edifici pubblici propose di usare tegole di colori diversi disposte in modo da comporre la scritta “Peggiorini” in alfabeto maya, l’unica lingua umana conosciuta anche dai marziani. In questo modo la città si sarebbe assicurata l’imminente visita aliena. Il dott. Avvanvera posizionò talmente in alto l’asticella che fu difficile pareggiare la sua proposta per i consiglieri che si avvicendarono negli interventi successivi.
La durata di ogni seduta fu fissata a un’ora al massimo sia per la rilevanza del tema discusso, sia perché da qualche settimana la Grande Sala di Palazzo Bianchini, sede delle assemblee consiliari, era appestata da una puzza miasmatica che aveva l’ardire di fondere le esalazioni di escrementi con quelle della muffa. Inoltre, alcuni consiglieri del PIP (Partito Improponibile di Peggiorini), notoriamente disfattisti, sostenevano di aver avvertito degli scricchiolii provenienti dal solaio che si trovava proprio sulle teste dei consiglieri riuniti in plenaria. Ma niente e nessuno avrebbe fermato la discussione.
Il signor Erminio Fiore, quando non era in intimità con Palazzo Bianchini, lo spiava da lontano come un amante geloso. Dal balcone del suo monolocale godeva di una vista senza intralci del tetto del municipio. Si ricordava che un tempo le tegole di terracotta smaltate di giallo brillavano al sole ed erano visibili da ogni angolo della Disperanata, la sconfinata pianura al centro della quale sorgeva Peggiorini.
L’inserviente aveva visto i primi esemplari di sgamaroni posarsi sul tetto dieci anni fa. Da allora, quella tenace razza di volatili dal lungo becco rosso avevano infestato Peggiorini, facendo del tetto del municipio il loro quartier generale.
Durante il giorno un traffico di decine di migliaia di sgamaroni occupava il cielo sopra Peggiorini, di notte coprivano il tetto del municipio come una gigantesca coperta di piume. Il giallo delle tegole non si vedeva più. Una notte in cui l’idea di non riuscire a comunicare al sindaco l’importante notizia di cui era a conoscenza non lo faceva dormire, pensò di catturare uno sgamarone che si era posato sulla ringhiera e legargli alla zampa una delle sue lettere. Hai visto mai che avesse raggiunto in qualche modo la scrivania del sindaco.
Al ritmo di un’ora al giorno non si poteva sbrigare più di un intervento per seduta e ogni consigliere volle avere la sua tribuna. Erano trascorsi ventisei giorni tra progetti di parcheggi per elicotteri, centri commerciali e piscine a sfioro. Mancavano all’appello ancora quattro consiglieri: Luisa Asparagoni, figlia del Conte Asparagoni, Rossella Tiravento, fedele sostenitrice del sindaco Cincischielli e Biagio Faccialei, geologo naturalista di fama mondiale. Secondo i media, una di queste tre proposte sarebbe stata quella vincente.
Insieme alle aspettative dei cittadini per l’esito del dibattito, cresceva il lezzo della Grande Sala.
Quando la contessina Asparagoni prese parola, tutti i suoi colleghi avevano già il naso tappato con una mano o con un fazzoletto, qualcuno addirittura con la mascherina.
“Care colleghe, cari colleghi, caro sindaco…”
“Non mi dite che non avete sentito!” – urlò Ammorboni del PIP.
Un rumore sordo, come di tuono in lontananza proveniente, dalla volta della sala.
“La mia proposta è chiara, vado subito al punto – proseguì l’imperturbabile Asparagoni – la nostra città deve mettersi al passo coi tempi. Ormai in tutte le più importanti città del mondo i tetti sono diventati giardini. Ma noi non faremo lo stesso, faremo di più. Sul tetto di Palazzo Bianchini – disse alzando il tono e scandendo le parole – sorgerà una foresta, con laghetti artificiali per la pesca, selvaggina da cacciare e numerosi punti di ristoro!”
Mentre la contessina proseguiva con un elenco di stupefacenti attrazioni sopraelevate, il sindaco diede un calcetto alla presidente Negletti sotto il banco e una volta attirata la sua attenzione la invitò con gli occhi a guardarsi intorno: alcuni consiglieri stavano lasciando la sala paonazzi, in preda a conati di vomito a causa del penetrante fetore.
“Grazie consigliera Asparagoni – intervenne bruscamente Negletti – interessantissimo, ma credo sia meglio per tutti continuare domani.”
Il giorno seguente era il turno del consigliere Ernesto Sentammé.
“La prego di essere breve consigliere – disse la presidente annunciandolo – qua dopo mezz’ora si crepa dalla puzza.”
“E dei rumori non ne parliamo? Non li sentite questi inquietanti versi animali alternati agli scricchiolii!” – urlò il pervicace Ammorboni.
L’assemblea commentò con risolini diffusi.
“Sarò brevissimo egregia Presidente. I fondi del M.A.T.T.I. devono coinvolgere tutta la città. Non un tetto, ma dieci, cento, mille tetti. Facciamo della superficie apicale del nostro municipio un campo da golf con buche diffuse su tutti gli altri tetti; un sistema di ponti mobili li collegherà l’uno all’altro. Attireremo golfisti da ogni parte del mondo!”.
“Mi scusi consigliere Sentammè – ancora Ammorboni – ma le palline che cadranno in strada?”
“Eccolo, quello che sa solo criticare!”
“Va bene, Ammorboni e Sentammè, è tutto chiaro, tutto bellissimo, però adesso andiamocene, prima che mi senta male.” Negletti chiuse la seduta.
Quella notte il signor Fiore, dopo la sua consueta osservazione del tetto del municipio, si era addormentato su una sdraio trascinata sul balcone. Quelle che successe da lì a poco, non seppe mai se collocarlo nell’alveo della vita reale o del sogno. Nella sua mente restò l’immagine di una fila di sgamaroni appollaiati, immobili, sulla ringhiera, con il becco rosso rivolto verso di lui. Uno di loro si stacca, come un soldato dal plotone passato in rassegna, va a posarsi sul suo braccio e lo fissa imperturbabile. Erminio ricambia lo sguardo e, senza averne coscienza, fa un cenno di assenso. Lo sgamaroni ricambia e vola via, lo stormo lascia la ringhiera e fa rotta verso Palazzo Bianchini.
La mattina dopo il signor Fiore si svegliò inquieto. Che fosse sogno o realtà, non poteva fare a meno di interpretare l’incontro ravvicinato con lo sgamarone come un presagio di sventure.
Doveva parlare col sindaco, avrebbe tentato il tutto per tutto.
Prima di uscire di casa per il suo lavoro di ramazza, ritagliò un lato di una scatola di cartone che teneva in casa e con un pennarello scrisse sopra una frase che avrebbe dovuto allarmare il sindaco Cincischielli.
Finito di spazzare l’atrio, arrivati impiegati, vigili urbani, consiglieri, assessori, Erminio si piazzò all’ingresso di Palazzo Bianchini, con il cartello in mano, in attesa del primo cittadino. Non si fece aspettare, scese dall’auto con un fresco completo color panna e gli occhiali, passò davanti al cartello, lo abbassò per guardare il volto dell’uomo che lo reggeva e disse: “Certo, certo, tra qualche giorno avremo la soluzione.”
“Il popolo di Peggiorini freme per il nostro progetto -” sussurrò al segretario che lo accompagnava.
Il signor Fiore udite le parole del sindaco, aveva provato a reagire ma il segretario lo aveva tenuto per un braccio. “Stai tranquillo Fiò…”
“Ho fatto il possibile – pensò il signor Fiore – accada quel che accada.”
Era il giorno ventinove del dibattimento. Toccava all’insigne geologo naturalista Biagio Faccialei fare il suo intervento. Le aspettative del Consiglio erano alte. Il dott. Faccialei aveva ricevuto istruzioni precise dal partito che lo aveva eletto – il PSR (Partito Senza Ragioni) – e, seppur non del tutto convinto della bontà della proposta, la espose con fierezza.
“L’ora della concretezza è arrivata – esordì – conosciamo tutti la situazione degli sfollati della Disperanata. Dopo la terribile alluvione che ha distrutto le campagne, si sono riversati nelle nostre strade, dove vivono come mendicanti, mettendo a rischio il decoro e la sicurezza di Peggiorini.”
Il signor Fiore era impegnato a mettere ordine nel ripostiglio delle scope e soprattutto nella sua testa. Non riusciva a mentire a se stesso, aveva pensato di poterli abbandonare al loro destino, ma non ce la faceva. Gli tornava davanti agli occhi il volto dello sgamarone che annuiva e volava via. Lasciò cadere la scopa e fece per uscire. La porta era bloccata, era da solo, incapace di urlare aiuto.
Intanto il tanfo nella sala del consiglio era diventato tossico. Alcuni consiglieri persero i sensi. Il sindaco Cincischielli resisteva grazie a una maschera antigas. Non solo, la volta della stanza si era gonfiata mostrando ai presenti una pancia minacciosa. Di tanto in tanto cadevano calcinacci sui banchi dei rappresentanti eletti.
Il signor Fiore provò con una spallata, invano, stesso risultato con un calcio. Allora impugnò una scopa dal lato della spazzola e sferrò un colpo alla serratura dall’alto verso il basso, con tutta la forza che aveva. Poi un altro e un altro ancora finché non cedette e la porta si apri. Mentre saliva di corsa la scalinata di marmo per raggiungere la Grande Sala, non sapeva ancora come avrebbe fatto a far sapere a tutti quello che sapeva, ma non importava, adesso bisognava solo fare presto.
Il consigliere Faccialei stava raggiungendo il cuore della concretezza: “Il tetto del nostro pregiatissimo Palazzo Bianchini ospiterà una tendopoli per gli sfollati della Disperanata che ripagheranno il nostro gesto generoso con il loro lavoro negli orti cittadini. Potranno scendere dal tetto solo per andare a lavorare. Risolveremo così due problemi in un colpo solo!” Faccialei accompagnò le parole finali con un veemente pugno sul banco.
Nessuno lo sentì. Erminio Fiore spalancò la porta e la sua bocca afona.
In quel preciso istante, un boato riempì la Grande Sala del Consiglio. La volta si aprì come il vaso di Pandora, piovettero prima pietre e mattoni, poi un’oceanica quantità di merda. Una massa grigia, collosa e nauseabonda prodotta dall’intestino di migliaia di sgamaroni che da dieci anni defecavano sul tetto del pregiatissimo Palazzo.
Il Consiglio Comunale di Peggiorini, riunito in sessione plenaria, venne sommerso. Il signor Fiore impietrito sulla soglia della sala vide uno sgamarone sorvolare le macerie per fermarsi su una trave a pochi passi da lui. Si guardarono negli occhi, ancora una volta.
L’impatto della valanga di guano scosse tutti gli uffici. In quello del sindaco Cincischielli, si aprirono tutti cassetti della sua imponente scrivania. Da uno di questi volarono via dei fogli scritti a mano, si librarono nel cielo di Peggiorini e dopo una serie di virtuosismi acrobatici ricaddero per le strade. Chi se ne trovò uno davanti alla porta di casa o sul tavolino del bar dove stava prendendo un caffè, poté leggere queste parole:
Egregio signor Sindaco, con questa mia vengo a dirle che, grazie al mio modesto lavoro di inserviente, ho potuto riscontrare un accumulo di escrementi animali (sgamaroni) di proporzioni spaventose. Ho paura che se non si intervenisse prontamente alla loro rimozione, potrebbero esserci gravi conseguenze.
Con rispetto, Erminio Fiore
Scampata alla tragedia, la consigliera Rossella Tiravento, fedele sostenitrice del sindaco, si rammaricò di non avere potuto presentare all’assemblea la sua proposta. Si trattava di organizzare un convegno di studi internazionali sull’etimologia della parola “apicale”.