La 128 e il 25%

Racconto per l’estate

di tommileo.com

Tanti anni fa, un pomeriggio di prima estate in cui ero a casa e non facevo la siesta, Diego arrivò ansimante, con la camicia che era uno straccio fradicio di sudore. Quasi mi cadde addosso quando aprii la porta. Aveva gli occhi sbarrati, sembravano due segnali stradali di divieto d’accesso. Abbaiò una mezza frase che non capii, poi attaccò a farfugliare qualcosa.

Rimasi in piedi sulla soglia della porta, muto. La gente che frequentavo non sarebbe mai andata alla Bocconi. Erano tutti disoccupati, spacciatori minorenni, tossici, alcolizzati, ma io non ero migliore di loro.

Diego sbottò a ridere. Beh, pensai, è impazzito. Per fortuna smise subito. Smise di ridere, smise di ansimare, smise di sudare, smise. Si addossò con le spalle al muro giallo del pianerottolo e si afflosciò come un palloncino, scivolando a terra.

Lo sollevai di peso, lo trascinai in casa e lo depositai sul divano. Riempii un bicchiere d’acqua, glielo passai, accesi una sigaretta per ciascuno. Biascicò un “Grazie fra’!” tra i denti e prese la prima boccata tenendo la sigaretta tra il pollice e l’indice. Strizzò un occhio e storse la bocca in una smorfia da film in bianco e nero. Mi chiesi se avesse mai visto Bogart nei panni di Marlowe.

– Hanno arrestato Rino, disse.
– Rino…Rino… Rino chi?
– Rino, il cugino di Dino.
– Ah.
– Quello parla, aggiunse.

Alzai le spalle. Boh. Che ne sapevo.

Diego dondolò la testa e spostò lo sguardo verso un punto alle mie spalle, sui quadri di mia madre. Parve concentrarsi su un pensiero lontano, lontano. Purtroppo l’arresto di Rino era vicino. Tossicchiai.

– Dobbiamo spostare tutto, disse.
Dobbiamo? Dobbiamo chi? Spostare che?

Scattò in piedi, la faccia rossa, attraversò il soggiorno a grandi passi, appoggiò la fronte contro uno dei quadri di cui sopra, sospirò, tornò indietro, si buttò a sedere.

– Anche tu mi vuoi fregare, disse.
– Fregare che cosa? Chi?
– Tu.
– In che senso?
– Mi vuoi tradire.
– Diego…
– Ho bisogno di qualcuno, capito?

Lo guardai. Anch’io avevo bisogno di qualcuno, anzi di lei, di Tina, che mi aveva mollato parecchi mesi prima perché anche lei, come mio padre, non andava matta per i tipi sdraiati a letto a studiare le crepe nel soffitto, persi a escogitare fragili strategie di fuga. Però mio padre non mi aveva ancora lasciato.

– Va bene, di cosa hai bisogno, esattamente?
– Di un autista.

Diego aveva la macchina – una Fiat 128 gialla – ma non la patente. Io invece la patente l’avevo presa il mese prima.

– Mi devi aiutare, disse Diego guardandomi dritto negli occhi.
– Dove vuoi traslocare? Dissi.
– Non voglio traslocare, voglio disfarmi di tutto con una botta sola.
– Effre’, tutto?
– Sine, tutto-tutto.
– Così su due piedi?
– Hai capito bravo.
– E come?
– Ho un cliente a Vasto, quello prende tutto senza nemmeno contrattare, mi basta una telefonata. Infatti poi faccio una telefonata da qua.

Si guardò attorno per capire dove fosse l’apparecchio. Erano gli anni Ottanta, i telefoni erano dei cosi grossi, grigi, col filo, piazzati come guardiani nel corridoio di casa, o nel soggiorno.

– Meh, andiamo a Vasto, facciamo la consegna, prendiamo i soldi e ce ne torniamo. I soldi li nascondiamo da te.

Vasto, ottanta chilometri a nord e solo un’oretta di viaggio, ma sia l’autostrada che la statale erano controllate da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, che pareva non avessero nient’altro da fare se non bloccare tutte le macchine sospette che arrivavano da sud. La frontiera non era mai stata ufficializzata, eppure esisteva. Da una parte l’Italia, dall’altra il Sud. Favorisca i documenti, scenda dalla macchina e apra il bagagliaio, avànt.

Provai a pensarci. Diego mi fissava continuando a fumare e a buttare la cenere sul pavimento.

– Per me che ci sta? Dissi.
– E che vuoi?
– Una percentuale.
– Facciamo il 10%.
– Facciamo il 30.
– Tu sì pazz, ti do il 20, e sono pure assai. Proprio perché siamo amici.
– Facciamo il 25.
– Il 25%?
– Il 25%, hai sentito.
– Un quarto di tutto, solo per un giro fino a Vasto… Ti consideravo un amico.
– Appunto ché siamo amici ti faccio il favore, fra’, dissi.

Mi guardò quasi addolorato per questa presunta amicizia che se ne andava in frantumi, riducendosi a un mucchietto di percentuali. Ebbi paura che si mettesse a piangere, invece sorrise. Un bel sorriso falso. Stava già pensando a come fregarmi.

– Va bene, affare fatto, disse porgendomi la mano.
– Quando partiamo? Domandai spegnendo la sigaretta in un vaso di fiori.
– E quando vuoi partire? Mo’.

Effre’, pensai.

Scendemmo, camminammo per 10 minuti fino alla macchina parcheggiata sul Viale della Stazione, raggiungemmo il deposito di Diego – un box a Porta San Marco – e sistemammo il carico, quattro panetti da 250 grammi, sotto il pianale della macchina, assicurandolo con un nastro adesivo.

Ci mettemmo in macchina, avviai il motore e mi diressi verso l’imbocco dell’autostrada. Erano le 7:30 di sera. Diego si diede un’occhiata nello specchietto centrale: storse la bocca, incastrò una sigaretta tra i denti e sfoderò un’altra di quelle espressioni alla Humphrey Bogart. Poi abbassò il finestrino e appoggiò il gomito sul bordo.

Andavamo a 100 km/h scarsi, il vento entrava nell’abitacolo e gli scompigliava i capelli. I miei, non c’era verso di scompigliarli, erano troppo corti. È una questione di praticità, un po’ come vestire di nero alla Alan Ford: non ci si deve preoccupare delle macchie, né degli accostamenti di colore.

– Allacciati la cintura, ordinai al mio datore di lavoro.
– Oh, non rompermi il cazzo.
– È più sicuro.
– Porta sfortuna.

Non replicai. Diego mi piaceva, ma era pericoloso. Aveva meno di diciotto anni, ma già possedeva quella specie di macchina, una moto e uno scooter, oltre a una collezione di collanine, anelli e braccialetti d’oro.

Ma stavolta, spedendo Rino in piazza a vendergli il fumo, aveva commesso un errore. Rino, un tossico soffice come una brioche, era stato pizzicato un’ennesima volta e per l’ennesima volta avrebbe parlato, convinto dalla tempesta di schiaffoni che lo avrebbe travolto. A pensarci, Rino sembrava avere una dipendenza non solo dalla roba, ma pure dalle mazzate degli sbirri.

Ci pensai su qualche istante e una riga gelida di sudore mi colò lungo la schiena, PLIC. Ero un pollo tra le grinfie di Diego. Il rischio era tutto mio. Il maledetto al mio fianco era ancora minorenne.

Tentai di distrarmi.

– Diego, dissi.
– Oh.
– Metti un poco di musica.
– Che vuoi sentire?
– Che cassette hai?
– Si chinò verso il vano portaoggetti e cominciò a frugare tra una montagna di schifezze:
– Queen, Elton John, Nino D’Angelo, Madonna.
– Accendi la radio, dissi, ma quello non mi diede retta, e continuò:
– Venditti, George Michael, Umberto Tozzi, Raf, Pino Daniele.

Allungai un braccio e accesi la radio. “Il Presidente del Consiglio Amintore Fanfani si dichiara convinto della bontà dell’iniziativa,” annunciò una voce di donna, che poi proseguì “Braccato nelle campagne alla periferia di Vibo Valentia, Antonio Zaccaria, 27 anni, spacciatore di droga, il giovane che lunedì sera in Piazza Municipio ha ucciso un carabiniere e ne ha ferito un altro, sembra deciso a non arrendersi.”

– Pino Daniele dovrebbe piacerti, disse Diego.
– Pino Daniele dovrebbe piacere ai malati di sifilide.
– A me piace, disse Diego.
– Da chi l’hai presa?
– Cosa?
– Meh, lascia stare, ‘sto Pino Daniele ce lo sentiamo al ritorno.
– Fra’, la macchina è la mia e la radio pure.

Lo guardai in tralice, presi una sigaretta, pescai un fiammifero da cucina dal taschino della camicia, lo sfregai con l’unghia del pollice, accesi la sigaretta. Io avevo visto sia Il Grande Sonno, almeno due volte, che Angel Heart, anche quello due volte.

– La radio è la tua, ma il rischio è tutto mio, dissi.
– Che vuoi dire?
– Che qua l’unico che rischia sono io.
– Perché, io no?
– Ma se sei minorenne.

Si mise a ridere e spinse la cassetta di “Pino”, come lo chiamava lui, nel lettore. Cercai con gli occhi un segnale stradale e lo trovai: Vasto Sud 9 km. Il supplizio durerà poco, mi consolai.

Arrivato all’uscita di Vasto Sud, la superai di slancio.

– Oh! Gridò Diego, L’hai passata!
– Eh, lo so.
– Che cazzo sai, che arriveremo in ritardo? Che il tipo non ci aspetterà? Che finirà tutto a cazzo?
– Quello aspetta, gli conviene.
– Cosa vuoi fare? Perché non hai preso l’uscita?
– Usciamo alla prossima, a Vasto Nord, e poi torniamo verso il posto dell’appuntamento. Di solito fermano quelli che arrivano da giù.

Ci pensò grattandosi il mento.

– Forse hai ragione, borbottò, e intrecciò le mani appoggiandole sulle ginocchia.

Pareva mediamente convinto. Si accese una sigaretta, aspirò e buttò fuori il fumo, alzò il volume dello stereo, come se quella lagna cantata da “Pino” non fosse già insopportabile, e disse:

– Ok, accelera però.

Sissignore, pensai, e schiacciai l’acceleratore a tavoletta: 105, 110, 115, poi basta. Era una 128.

L’appuntamento era sul lungomare, a Marina di Vasto, parte dell’infinito serpentone di cemento e catrame e luci al neon e supermercati e officine e concessionarie di auto nuove e d’occasione e fregature e negozi di mobili elettrodomestici articoli per il giardinaggio e parcheggi risicati e casette a schiera e cani che abbaiano e cagano agli angoli delle vie e caserme dei carabinieri e outlet di scarpe giacche di pelle borse valigie cappelli e ingrossi di articoli per il mare – ombrelloni sdraio salvagenti materassini palette e secchielli, insomma il serpentone di 550 km che si snoda a ridosso dell’Adriatico, da Jesolo giù giù fino a Vasto.

La punta con il cliente era per le 8 e mezza. Arrivammo che erano le 9. Ormai era buio. Il mare era calmo, le onde s’infrangevano sulla battigia con uno sciabordio pigro.

Smontammo dalla macchina. Era una zona un po’ sfigata, non c’era nessuno, soprattutto non il nostro cliente. AHIA, pensai. Diego mi scoccò un’occhiataccia, ZEEENG.

Era preoccupato. Anch’io ero preoccupato. Eravamo tutti preoccupati, ma mia madre lo sarebbe stata molto di più.

Su quel tratto di lungomare c’era solo un bar chiuso, e nient’altro. Non una pizzeria o un chiosco e nemmeno una panchina o un lampione, niente. Solo una pineta di fronte alla spiaggia e una luna alta nel cielo. Più la musichina finto-blues di Pino Daniele che continuava a rotolare fuori dalla macchina lasciata accesa e in folle.

– Se n’è andato, disse Diego battendo un piede a terra.
– Non è ancora arrivato, dissi io.
– Se n’è andato, cazzo! Gridò.

Poi cominciò a camminare lungo il marciapiede. Appena si fu allontanato di una cinquantina di metri, mi allungai all’interno della 128 e stroncai la lagna finto-blues di “Pino”.

Diego tornò indietro, si avvicinò e mi guardò come se volesse mordermi.

– È colpa tua, abbaiò.
– Seee, dissi sbuffando. Quel tipo non è mai venuto.
– È venuto, invece, ha aspettato, poi se n’è andato. Mentre noi facevamo il Giro d’Abruzzo.

– Va bene, hai ragione. Ce ne andiamo mo’?

Non volevo litigare, volevo andare via.

– Aspettiamo altri cinque minuti, disse.

Subito dopo sentimmo il rumore di una macchina che si avvicinava. Era una Fiat Uno bianca, procedeva adagio verso di noi. Arrivò alla nostra altezza e rallentò. A bordo c’erano due uomini sui quarant’anni. Ci squadrarono con aria truce e proseguirono.

Diego si passò una mano tra i capelli e non disse niente.

– Vado a pisciare, annunciai.
– Dove?
– Là, dissi indicando la pineta.

Mi è sempre piaciuto pisciare tra gli alberi; una cosa rara al mio paese, dove gli alberi erano stati aboliti. Attraversai la strada, superai le prime tre file di pini e mi piazzai dietro un albero. Sentii il rumore di un’altra macchina che arrivava mentre mi sbottonavo la patta.

Stavolta è lui, il cliente, o loro, pensai. Aguzzai la vista. Due fari che si avvicinavano, era un’Alfa 33. Sgommò all’improvviso sollevando un nuvolone di polvere, e si bloccò accanto alla 128. Non erano loro, erano gli altri, i poliziotti in borghese. Ce n’erano tre.

Lo stimolo di pisciare mi passò all’istante, rimisi tutto a posto e rimasi là a guardare, nascondendomi nella pineta buia.

Gli sbirri saltarono giù dall’Alfa, due zomparono addosso a Diego, l’altro rimase in piedi con una torcia elettrica in mano. I primi due attaccarono a gridare e a spintonare Diego, poi quello con la torcia si stese sotto la 128 e si rialzò con i panetti di fumo in mano. Un poliziotto afferrò Diego per il collo e lo sbatté contro il cofano dell’Alfa 33.

Vidi Diego dimenarsi, poi puntare un dito verso la pineta. La pineta dove mi trovavo io.

Attaccai a correre e scappai, via da Vasto, dall’Abruzzo, dal mio paese, dalla Puglia, dal sud e, giusto per essere sicuri, pure dall’Italia.



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