Una piazza che vive

Vivere una città consapevolmente è come assistere alla crescita di un bambino, ma senza tappe né direzioni prestabilite. Puoi scegliere se trascurarlo, guidarlo o crescere con lui. Una città può essere metaforizzata in tanti modi quanti sono gli occhi che la guardano.

In un anno e mezzo a San Severo, ad esempio, ho visto e vissuto l’attesa per il termine dei lavori di Piazza Incoronazione. Ho assistito alla sua rinascita, pronta a essere al servizio dei sanseveresi.

Ma cosa ne avremmo fatto? Come l’avremmo consumata? Sarebbe diventata l’ennesima vittima della violenza che si nasconde dietro dita puntate e commenti sgrammaticati?

Come previsto, fu (anche) così. Il pavimento sporco e la scelta infelice della pavimentazione, le cartacce sull’erba, gli alberi striminziti, gli scooter che sfrecciano nell’area pedonale.

E poi il bagno, chiuso per sempre perché “non ce lo meritiamo”. Siamo quella classe che a scuola viene punita per il comportamento di un solo alunno.

“Servizi igienici non più utilizzabili per n. 5 atti vandalici e furto”

“Servizi igienici non più utilizzabili per n. 5 atti vandalici e furto”. Quella parola: più. Quel più ti dice che non potrai mai più utilizzare quel bagno. Ti dice che l’amministrazione non farà assolutamente nulla per renderlo nuovamente agibile. Un “bene” pubblico completamente abbandonato. Che scelta crudele. O infantile. O, forse, soltanto un errore di scrittura… e io mi sono fatta un gran film per niente? Tutto può essere.

Qualche mese dopo, ritrovandomi di nuovo lì, qualcuno mi chiese se la nuova piazza mi piacesse. Non ci avevo mai pensato prima e, senza esitare, mi venne subito in mente un aggettivo: viva. Parlai di quanto fosse bello vederla così, viva. Le persone che passeggiano, chi si siede sul bordo della fontana a chiacchierare, chi si fa spazio sulle panchine cercando l’ombra di un albero. I ragazzini che giocano a pallone o che mangiano un pezzo di pizza. E i giovani che la usano come luogo di ritrovo in tarda serata, come un tempo lo erano gli scalini del teatro.

Piazza Incoronazione: tessitrice sociale della città. Banale. Sorprendente.

Gente in piazza. Le bici: disordine o vitalità, dipende da come le guardi.

Dopo mille riflessioni, mi resi conto che la piazza vive nelle contraddizioni che nascono dai modi infiniti di viverla e concepirla. La diamo per scontata quando è sporca, ferita da chi non la rispetta. Ma ci sorprende quando, all’improvviso, qualcuno le restituisce cura e attenzioni, anche solo “abitandola”.

Come l’uomo seduto sul bordo della fontana che dice ai bambini: «Non si cammina sull’erba». Un gesto semplice, eppure potente: proteggere la piazza.

Quel gesto mi è rimasto in testa a lungo. Mi ha fatto pensare a quanto spesso dimentichiamo il nostro potere collettivo e a come non siano solo le lamentele a essere contagiose. Biasimiamo le nuove generazioni per la presunta perdita di impegno e resilienza, senza accorgerci che l’origine del problema sta anche in noi.

Ci concentriamo sulle differenze tra “noi” e “loro”, le amplifichiamo e, così facendo, finiamo quasi senza accorgercene per consegnare il nostro potere a pochi individui che dovrebbero rappresentarci, ma che troppo spesso finiscono per dividerci.

Noi non siamo spettatori. Siamo parte del processo, siamo cultura: produciamo, creiamo, tessiamo, anche inconsapevolmente. Come individui e come collettività, saremo sempre in movimento tra la piazza che sogniamo e quella che abitiamo, oscillando tra potenzialità e attualità, con la libertà di decidere cosa fare di questa consapevolezza.

Responsabilità o indifferenza.
Sembra una scelta semplice.

(Qualcuno sa cosa succederà a quel povero bagno pubblico?)


di Antonella Gagliardi, antropologa, professionista della formazione, parte di Giro Esterno Podcast.

*Questo testo è un adattamento dell’originale pubblicato su Anthropotales, che include anche un’analisi della piazza attraverso le lenti dell’antropologia.”


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