Frammenti del libro che verrà.
Introduzione
Quante lettere senza destinatario abbiamo spedito?
Salvatore Luca Tota (una volta più Luca, ora più Salvatore), attraverso il personaggio a cui dà voce, ne ha scritta una cinquantina per una Bibula, che non si sa chi sia. Bibula è una creatura fatta di fumo, o forse la pazza disposta ad ascoltarci per un’ora o forse una ragazza coi capelli rossi o forse una passeggiatrice algerina o forse la donna che amiamo e che non ci vuole, e nessuna di queste. Chiunque sia, ha un nome con l’accento sulla “i” e non parla. Bibula non risponde alle lettere di chi le scrive, ma è sempre in ascolto dei suoi racconti comici e dolorosi. Non diciamo dolorosi in quanto comici, perché non è il caso di complicare il discorso, ma è così: si ride un po’ per poter vivere. Un frate-medico che si chiamava François Rabelais ha detto qualcosa di simile, cinque secoli fa. Tra le sue lettere per un destinatario dal nome magico, Salvatore ne ha scelte tre come assaggio del libro che non aveva pensato di pubblicare. E invece…
Tre lettere a Bibula
Hello, Bibula! Qui c’è stato tutto il giorno il sole!
Oggi stavo andando a fare il bagno. Il mare era calmo e il cielo pulito. Avevo dimenticato di avere l’accendino nella tasca del costume. Prima di entrare in acqua mi sono voltato e l’ho lanciato sulla spiaggia. Era rosso; lo vedevo come un puntino acceso sulla sabbia chiara.
Ho fatto il bagno e sono andato a recuperarlo. Ho visto, proprio sotto l’accendino, una croce fatta con un legnetto sulla sabbia. Quella croce era lì, fatta da chi sa chi prima che io lanciassi l’accendino da almeno dieci metri. Avevo fatto centro, Bibula. Incredibile…
Attorno alla croce nessun altro segno.
Ci pensi? Dovevo dimenticare di avere l’accendino in tasca nel costume e lanciarlo da così lontano per fare centro su un segno fatto da chi sa chi in quel punto preciso sulla sabbia.
Era un segno del destino: dovevo fare qualcosa.
Mi sono messo a scavare lì, in quel punto, come un pazzo. Ho scavato, scavato, scavato…
e non ho trovato un cazzo!

Ciao Bi,
stasera sono stato a teatro. Sai che è terapeutico? Soprattutto se prima ingoi due Diazepam.
Ero preso dalla pièce d’avanguardia, sì, ma poi viaggiavo. Pensavo a cose tipo: quanti occhiali da sole ho perso nella vita? Quanti di questi spettatori sono sani di mente? Poi li contavo: 1, 2, 3, 4, 25, 56… Quanto avranno pagato a testa? Facevo il conto degli incassi. Poi mi addormentavo.
Mi piace dormire a teatro. Da piccolo, quando i miei facevano le riunioni importanti di famiglia la sera tardi, mi addormentavo con il sottofondo delle loro parole.
A teatro mi sembrava di tornare a quei tempi, a quei bisbigli. Sentivo i colpi di tosse degli spettatori. Mi voltavo e li guardavo storto per farli sentire in colpa. Distinguevo i vari tipi di tosse. Sembrava che comunicassero tra loro, che ognuno trasmettesse all’altro il suo disagio.
Dopo lo spettacolo ho detto al signore barbuto che mi stava accanto:
“Spettacolo pietoso, questi attori sono degli sfigati!”
E lui: “Ha ragione, proprio degli sfigati!”
Ma alla fine ci siamo alzati entrambi di scatto e abbiamo applaudito all’unisono, e applaudito, e applaudito!
E abbiamo urlato: “Bravi! Eccezionali! Carmelo Bene un cazzo! Voi sì che siete grandi!”
Mi piace tanto il teatro.
Notte Bibula, se domani vado via da tutto e da tutti, ti avviso.

Miao Bibula,
stasera non volevo uscire perché il mio umore era color grigio Torino. Lo so, quando stai male non devi farti vedere in giro: la gente vuole vedere persone allegre e spensierate, non musoni, e non le va di ascoltare i problemi degli altri, ma io che ci posso fare se sto male? Allora sono andato al bar di piazza Sallustio a farmi una birra. Che con il Lexotan ci sta proprio bene.
Ero al bancone, quando si avvicina una ragazza rossa di capelli, naturale, eh! E con gli occhi verdi, naturali pure quelli! Facciamo amicizia. Scopriamo di avere molte cose in comune.
Per esempio, prendiamo le stesse medicine, siamo entrambi in cura, non ci piacciono i tatuaggi, ci piace andare alla mensa comunale vestiti come barboni. Ci piace il mare d’inverno, che è come un film in bianco e nero visto alla tv, ci piace camminare sotto la pioggia, ci piacciono Eugène Ionesco, François Truffaut, Francesco Nuti e Gigi Proietti. E tante cose che odiamo entrambi, come Maurizio Cattelan, Jeff Koons, i Manga e poi le feste di compleanno, Natale e Capodanno, i regali idioti, i matrimoni, le persone che vestono firmato, i super colti senza immaginazione, i politici, i capitani di industria e i capitani dell’Esercito Italiano.
Che bello, Bibula! Certe affinità tra persone e anime, destinate a incontrarsi e a incantarsi, sono magiche. Non hanno una logica, secondo me. Sono connessioni karmiche, se vogliamo dirla colla filosofia indiana.
A un certo punto è arrivato il suo fidanzato. Uno che fa il manager, tutto griffato, con le Hogan che brillavano come le macchine quando escono dall’autolavaggio, e se ne sono andati via con una Porsche Carrera color verde smeraldo come il maglioncino di Cachemire che il tipo portava sulle spalle.
Prima però lei, senza farsi vedere da lui, mi ha dato un bacio sulle labbra e mi ha passato un bigliettino. C’era scritto: “Sei bello!”
Mica sei gelosa? Spero di no. Notte Bi…