Tre cose che so di lei

Sono di San Severo. Che poi non è vero perché sono nato a San Giovanni Rotondo e vivo a Bologna. Ma tra Giro Esterno, corso Leone Mucci e Faruést ho vissuto il primo quinto della mia vita (non ho intenzione di vivere meno di 100 anni, e mi sono tenuto basso), quindi sono di San Severo e quando la gente, confusa da un accento meridionale impastato di altri idiomi, mi chiede di dove sono, io rispondo sono di San Severo. A quel punto, la stessa persona che mi ha fatto la domanda racconta una disavventura sanseverese occorsale durante una pausa imprevista di un viaggio verso sud oppure commenta una notizia di cronaca nera, nerissima, che riguarda la nostra città. In entrambi i casi il suggello finale è lo stesso: “Siete messi male.”


E subito dopo “però almeno il mare è bello no?” No, il mare non c’è.
“Ma è un bel posto no?” No, è orrendo, probabilmente è la città più brutta d’Italia.
Mi piace spararle un po’ grosse anche per contrastare l’idea che la Puglia sia tutta come la descrivono i Sud Sound System.


Poi mi arriva una mail che mi dice “Andiamo” e mi invita a parlare di San Severo. Ma solo cose belle. A’ ditt nent. Bello a San Severo si usa solo se ripetuto in rapida successione, “bell-bell”, ed è un invito, solitamente minaccioso, a stare calmi.

Solo cose belle. Bell-bell.


Accetto la sfida e parto dai fondamentali. Un elenco di 10 cose da salvare di San Severo. Ancora una volta esagero, facciamo cinque.


Le 5 cose da salvare di San Severo sono 4 e precisamente queste 3 (chi indovina di chi è questa citazione vince un negroni al Baboom, pago io).


– Qualche giorno fa sono inciampato in una pizzeria al taglio gestita da un nostro conterraneo a Bologna. Fa la pizza terapeutica come quella della pizzeria Romana degli anni ‘80 che curava l’angoscia domenicale dopo la fine di Novantesimo minuto. A San Severo si mangia da dio. Il cibo è la prima cosa da salvare.


– Ogni volta che torno a San Severo, quando viene la sera, qualunque sia la stagione e il giorno della settimana, sento in lontananza un dolce crepitare di calcàss. Un santo a scelta, il compleanno del cane, la vittoria di qualunque cosa, non si perde l’occasione per sparare. I botti sono la specialità della casa, per me sono la seconda cosa da salvare.


– Appartengo a una generazione di sopravvissuti. Siamo scampati alle punte aguzze del cancello della chiesa della Divina Provvidenza che scavalcavamo per andare a giocare a basket nel campetto parrocchiale. Non lo so perché ma a San Severo si gioca più a pallacanestro che a pallone. E siamo pure bravi, quasi tutti, io no. La pallacanestro è la terza cosa da salvare.


Ce l’ho fatta, sono arrivato in fondo, è stata dura. Emmò?  Non lo so, non posso fare mica tutto io.


di Leonardo Tancredi


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