Arte, ferite e riscatto

Raffaella Matranga
Pittrice Fuori Standard
Raffaella Matranga è una giovane pittrice sanseverese. Non ama indossare vestiti o truccarsi, ha un’elevata sensibilità verso temi come salute mentale, disabilità e identità di genere e, soprattutto, ha scelto di fare l’artista come mestiere. Nelle sue tele “non conformi” sceglie di parlare “degli sbagliati, costretti a essere rettangoli quando invece sono forme irregolari”. In questa intervista ci accompagna attraverso le sue opere, dove denuncia il peso delle etichette sociali e del fastidioso concetto di ‘normalità’, fino a condurci in un viaggio di liberazione in cui si può finalmente, e semplicemente, essere ciò che si è.
L’intervista
Appena entrata nel suo studio, si scusa per il disordine: tele, cornici, fogli, tessere, scotch, pennelli, sgabelli e le pareti ricoperte con i suoi quadri fino al soffitto. Quel disordine è in realtà il suo ordine, perché le permette di trovare subito ciò che le serve per dipingere. “Ti ho invitata per questo, sapevo che sarebbe stato suggestivo.”

Interpretare il soggetto dei quadri di Raffaella non è immediato, quindi le chiedo subito di guidarmi nel suo processo creativo, partendo dalle irregolarità delle sue tele: “Avevo deciso che non volevo più vedere tele rettangolari. Ho preso tutte le tele che avevo, le ho smontate e ricomposte.”
Mentre me ne mostra una, mi dice di averla appesa al contrario, ricordando poi che in realtà non saranno mai davvero storte, o dritte, perché “puoi appenderle come vuoi”.

Uno o più rettangoli bianchi, marcati con dello scotch, rappresentano quella “parte di noi stessi che perdiamo per adattarci. Siamo tutti di forme strane, di tanti colori… ma è come se fossimo obbligati a diventare tutti rettangoli bianchi”.
Infine, movimenti, sfumature e colori invitano a ritrovarsi in un mondo a propria scelta, dove la propria unicità può essere finalmente celebrata.

Olio e acrilico su tela irregolare 70 x 67 cm
I titoli delle sue opere richiamano atteggiamenti o commenti discriminatori ricevuti in passato. Quando le chiesi come sono stati gli anni a scuola, condivide con me alcuni ricordi amari: “Non ascoltavo la musica che ascoltavano gli altri, non avevo i loro stessi interessi, e quindi ero automaticamente ‘quella diversa’. All’inizio cercavo di integrarmi, poi mi sono resa conto che con gli altri non mi divertivo, e quindi stavo per fatti miei. Questo ha fatto sì che iniziassero a chiamarmi ‘anormale’, ‘asociale’, e così via.”
La disapprovazione si è poi trasformata in bullismo e cyberbullismo, come quando, mi racconta, le sue compagne di classe, pensandola omosessuale, le inviavano messaggi anonimi fingendo che fossero di una ragazza interessata ad uscire con lei: “La cosa che mi offendeva di più non era tanto che lo pensassero (omosessuale, ndr), ma che credevano che fossi così stupida da non accorgermi che erano loro a mandarmi questi messaggi.”



Nell’ultimo quadro, È lei che si isola, colpisce la presenza insistente dei rettangoli: “Avevo quattordici anni e facevo parte di una comitiva. A un certo punto, la capetta del gruppo aveva deciso che ero io quella da allontanare. Quando c’era lei, nessuno mi rivolgeva la parola. Questo qui rappresenta lei che si isola. Mi sono detta, per comunicare di più il senso di oppressione, di come ti rovinano, di queste etichette e imposizioni, riempiamolo di rettangoli. Più rettangoli possibile. Come se venissero da più persone.”

Salute mentale e inclusione
I suoi quadri non ricordano solo gli insulti subiti, ma affrontano anche temi scomodi e ancora segnati da pregiudizi, come quello della salute mentale. Con l’opera Non Pensarci, Raffaella denuncia l’indifferenza che si cela dietro frasi fatte rivolte a chi sta vivendo momenti difficili e di fragilità: “Non Pensarci è la frase che spesso si sente dire a chi soffre di depressione: ‘E vabbè, non ci pensare’. Una frase che, tra l’altro, invalida completamente ciò che la persona sta provando, come se quello che sente non avesse importanza.

Il quadro Speciali invece mette in luce la condiscendenza con cui spesso ci si rivolge alle persone con disabilità: “Si riferisce in particolar modo alla solita retorica con cui si parla dei disabili. Il pietismo che si nasconde nel dire ‘sono tutti speciali’, ‘sono tutte bellissime persone’. Non è vero. Perché comunque anche i disabili possono essere antipatici, simpatici, persone cattive, buone. Quindi dire che sono speciali, generalizzare sia in positivo che in negativo, non è inclusione. Quindi è un po’ come se fosse l’altra faccia della medaglia dei vari insulti.”

Lasciar andare
Poi, gradualmente, il distacco. I rettangoli bianchi cominciano a sparire dai suoi quadri: “Preferisco toglierli del tutto, anche per simboleggiare il fatto che mi sono liberata dallo standard, anche se a volte è difficile farlo davvero. Mi accorgevo che a volte dipingevo il quadro sullo scotch. Lo dipingevo lì sopra, e poi non volevo più toglierlo perché mi piaceva così.”
Nell’opera Sei inutile ci mostra questi due stati, la “zona in cui ti senti ancora dentro lo standard, e l’altra parte, quella che mostra che ti sei liberato. È come un passaggio: una parte rimane nel rettangolo, l’altra finalmente esce.”

Raffaella è riuscita a lasciar andare il peso dei pregiudizi anche grazie a strumenti di supporto: “In terapia, ho scoperto che non ero io il problema e che non aveva senso farmi del male. Mi ha aiutato tantissimo anche un coach per artisti conosciuto online. Offrono pareri tecnici e di crescita personale, aiutandoti a superare i tuoi blocchi. L’idea di organizzare una mostra personale, fino a un anno fa, era impensabile, l’idea di mostrarti al pubblico, esporti.”
In Rivincita e in Libertà condivide quel “sentimento di rivalsa che si ha quando ci si accetta per quello che si è”.


Il mestiere dell’artista
Vivere con e grazie alla propria arte è un sogno comune, sempre più raramente perseguito, e che spesso incontra incomprensioni o scetticismo: “Anche la mia famiglia non ha mai accettato bene il fatto che volessi fare l’artista sin da quando ero piccola. Per loro era una fase, un hobby, una cosa che poi sarebbe passata. ‘Poi ti troverai un lavoro vero’, dicevano sempre. Mio padre mi iscrisse a dei corsi per entrare in sindacato. E quando mi presentavo come un’artista mi ridevano in faccia, perché non lo riconoscono come un mestiere. Ma io sogno di poter campare di questo, perché questa è la cosa che so fare.”
San Severo e la ‘restanza’
Inseguire il suo sogno ha però significato anche fare delle rinunce, come quella di andar via da San Severo: “L’ho desiderato per tanto tempo. Dopo l’università o la scuola superiore, pensavo: ‘Me ne vado anch’io, faccio come tutti gli altri’. Poi, per questioni economiche, sono andata a Foggia e ho fatto la pendolare. Non era semplice, poi, perché non sapevo fare nient’altro. In più, sono una persona evitante, quindi tutto questo mi spaventava. Alla fine, non me ne sono mai andata e ho pensato: ‘Forse è destino, devo rimanere qua’.

“A San Severo si sta bene, l’unico problema è che per sapere di eventi culturali o altre iniziative devi scavare un po’, devi essere tu a cercarli. C’è però un’altra cosa che volevo aggiungere. Si parla tanto di chi torna in città dopo aver vissuto altrove, ma nessuno parla della solitudine di chi rimane. A un certo punto non hai più nessuno perché se ne vanno tutti e tu sei l’unico che resta. La questione del ‘mi faccio nuove amicizie’ funziona fino a un certo punto: i trentenni a San Severo rimasti sono molto pochi. Magari trovi qualcuno, ma poi vanno via e fa un po’ male.”
“Non è un dimorare permanente per resistere a ciò che passa: la restanza è una scrittura che insieme si iscrive e si cancella. Ora, se nel cuore di questa resistenza c’è restanza, possiamo dire che la restanza si oppone alla solitudine e alla morte”
(Valduga, P., Ho solo una risposta.
La scrittura, «Corriere della sera», 10 marzo 1991)

Raffaella Matranga
Classe 1994, Raffaella è laureata presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È una pittrice a tempo pieno, ama disegnare per suo nipote e parla dei suoi quadri su TikTok. Insegna arte part-time presso Fino in Cima, un’associazione che offre supporto scolastico ai ragazzi dai 6 ai 18 anni, ed è cintura nera di Wing Chun.
Sembravi Normale.
Arte, ferite e riscatto
Dal 21 al 28 dicembre, Biblion al Caffè (Via San Severino 15, San Severo) ospiterà una selezione delle opere di Raffaella.
A seguire, presenterà la sua prima mostra personale presso la Palazzina Liberty (Piazza N. Tondi 38, San Severo) dal 2 all’11 gennaio. Incentrato sui temi di disabilità e inclusione, l’evento sarà accompagnato da contributi e presentazioni da parte di diversi interlocutori e realtà di San Severo.
L’evento è organizzato in collaborazione con la Pro Loco di San Severo, le associazioni Arcidonna circolo Elsa Morante San Severo, La città dei colori e la newsletter Andiamo!.