
Un amico un po’ burlone, la sera di un 26 dicembre di qualche anno fa, passeggiando da solo per i vicoli del centro di San Severo, ha buttato l’occhio oltre la porta a vetri di un basso. Attorno al tavolo della cucina c’era una decina di persone assiepate che giocava a sette e mezzo. Il mio amico non ha saputo resistere, ha bussato, è entrato e ha chiesto: “Ce l’avete una carta anche per me?”
Non so quanto ci sia di vero in questa storia, era una burla, ma del tutto plausibile. A San Severo, nel sacco di Babbo Natale non manca mai un mazzo di carte, che siano napoletane, da poker o da mercante in fiera, poco importa, sui tavoli dopo la zuppetta ci sono loro.
Ogni mazzo ha il suo contesto: le carte napoletane sono per l’immediato dopo pranzo, con nonni e bambini che si incarogniscono col sette e mezzo, naso e primiera, zombacavallo, a seguire, quando i bambini si stufano, si scatena l’asta per i mazzetti del mercante in fiera, nella quale lo zio più brillante (o più brillo) fa da banditore giocando con il simbolismo delle coloratissime illustrazioni. Infine, quando la notte diventa buia, si comincia a fare sul serio: è l’ora del poker.
A questo punto, è necessario un chiarimento. Siamo perfettamente consapevoli che stiamo scherzando con un tema complicato e spesso drammatico. Il gioco può diventare ludopatia e rovinare la vita di chi la contrae e delle persone che gli stanno intorno. È un problema che riguarda milioni di persone: 4,5 milioni sono stati i giocatori on line nel 2024, mentre la spesa totale dello stesso anno per i giochi on line e off line è stimata in circa 157 milioni di euro, molto di più di quanto gli italiani hanno speso in sanità e istruzione (dati Nomisma riportati dal sito giocaresponsabile.info). Nessuno è immune, la dipendenza dal gioco attraversa territori, generi e classi sociali e insiste soprattutto sulle aree e sulle persone con meno risorse.
Queste righe sono dedicate a chi riesce a farlo restare un gioco e a godere della sua poeticità. È una fortuna che è capitata a me, nonostante abbia cominciato ad “azzardare” in tenera età. Dalle elementari alle medie, nelle tasche dei cappotti era facile trovare malloppi di figurine dei calciatori che rappresentavano la valuta ufficiale dell’infanzia. Durante la ricreazione, qualcuno tirava fuori le carte e partivano dei sette e mezzo al cardiopalmo. Dopo la scuola, nei mesi invernali, le sfide continuavano nelle camerette e nei garage. La mia prima notte di Natale con una compagnia diversa da quella familiare, l’ho passata attorno a un tavolo in dieci o quindici, in una mansarda. Fino all’alba, inchiodati a girare matte.
I garage, le mansarde, le tavernette, ma anche le cucine e le sale da pranzo, sono i luoghi in cui si penetra furtivamente nelle notti tra il 24 dicembre e il 6 gennaio. A volte la tavola è ancora apparecchiata oppure a portata di mano c’è una credenza che trabocca di dolci e alcolici. Nel cuore della notte compare nella stanza da gioco l’anziano genitore, svegliato dalla prostata, che pretende di elargire commenti sarcastici, se non addirittura di fare una mano di poker. Oppure sono mogli e figli a dormire nella stanza accanto. Si, dimenticatevi gruppi di donne eleganti di mezza età che giocano a carte sorseggiando cherry, come in un romanzo di Agatha Christie, a San Severo le carte, il poker soprattutto, sono una pratica ancora prevalentemente, non esclusivamente, maschile. Se volete anche testosteronica e patriarcale, non facciamo sconti. Sono maschi quelli che camminano a passo svelto sui basoli del centro verso il tavolo da poker, dopo aver baciato la statua del Bambinello. Sono maschi quelli che al terzo amaro Montenegro raccontano verità inconfessabili mentre altri maschi lo sollecitano a dare le carte. Sono sempre maschi quelli che tornano a casa con i vestiti e i polmoni imbevuti di fumo e che si portano a letto la vaga tristezza che segue a una notte di adrenalina.
I giorni di festa interrompono la routine produttiva, sono una zona franca, tempo liberato, dedicarli a un’attività vana come il gioco delle carte, in fondo, è una scelta di senso. L’altalena emotiva sulla quale si sale quando si spizzicano le carte appena ricevute genera occasioni di introspezione e allo stesso tempo di scambio intellettuale. Si è soli, si riflette su se stessi, ma il proprio destino dipende dai pensieri dei compagni di tavolo. Natale è un momento di grande spiritualità.