Io me ne vado a Londra

Gino Camillo è uno dei tanti italiani, anzi sanseveresi, che se ne sono andati all’estero.

Tutto inizia nell’agosto del 1990, quando Gino decide di andare a Londra per imparare l’inglese.

Il piano originale è semplice: imparare la lingua per commercializzare prodotti d’importazione, che, come aveva imparato lavorando col padre, non subivano la guerra dei prezzi, tipica dei prodotti standard.

Ma il destino ha altri piani. “A Londra ho scoperto di poter accedere all’università anche senza diploma”. Si iscrive a International Business all’University of Westminster e quattro anni dopo si laurea.

Dopo la laurea, invece di cercare lavoro in qualche multinazionale come molti suoi compagni di corso, segue la sua passione originale: il commercio.
Gli inizi sono duri, ma dopo qualche anno le cose iniziano ad andare bene.

Nonostante i trent’anni trascorsi a Londra, Gino mantiene un forte legame con San Severo, dove torna regolarmente due volte all’anno.

Oggi sogna di dividere il suo tempo tra Londra e San Severo: “Come diceva Luciano De Crescenzo, la vita non si deve allungare, si deve allargare. E in che modo? Facendo più esperienze. Se hai sei mesi in Italia, a San Severo, e sei mesi a Londra, la vita la allarghi di tanto.”

“Quello che ho notato è che non ho notato differenze, nel senso che è una città statica.”

Come sei arrivato a Londra? 

È stata una pura casualità. Era l’agosto del 1990, volevo imparare l’inglese. Ero convintissimo di tornare in Italia dopo pochi mesi. Il mio piano era semplice: rimanere agosto, settembre, ottobre, novembre – entro Natale avrei imparato l’inglese e sarei tornato per fare il rappresentante di aziende straniere in Italia.

E invece cosa è successo? 

Ho scoperto che a Londra potevo accedere all’università anche senza il diploma, che infatti non avevo. A San Severo avevo frequentato il Liceo Scientifico, ma avevo abbandonato. A Londra ho seguito un corso di accesso e mi hanno ritenuto idoneo a iscrivermi a International Business. Non solo, mi hanno anche dato una borsa di studio di 3.000 sterline all’anno – erano 9 milioni di lire all’epoca, un sacco di soldi.

Come l’ha presa la tua famiglia? 

Chiamavo mia madre più volte a settimana, per tranquillizzarla: ‘torno, torno’. Prima erano tre mesi per un corso, poi un lavoro fino a Natale, poi un corso di informatica di altri tre mesi… Alla fine, dopo il corso di accesso all’università di otto mesi, mi sono iscritto a un corso di quattro anni. Le dicevo: ‘Mamma, se ci riesco, torno dopo la laurea, tra quattro anni.

Come sono stati i primi tempi? 

Gli inizi sono stati durissimi. Dal 1990 al 2000 ho avuto un completo distacco dall’Italia – non avevo la televisione, non c’era internet, non sapevo nulla di quello che succedeva nel mio paese. Solo dopo il 2000, grazie alla Rete, sono riuscito a riconnettermi e a seguire quello che accadeva.

E sul fronte lavorativo? 

Il primo contratto è arrivato dopo quasi un anno di tentativi. Per un anno intero non ho venduto assolutamente niente. Il primo successo? Con le scope. Un’azienda che mio padre rappresentava in Italia, la Tonkita. Sono riuscito a venderle alla John Lewis, un’importante catena di grandi magazzini.

All’inizio avrai dovuto fare molto lavoro sul campo… 

Sì, facevo visite continue. Mi ricordo che una volta sono riuscito a vendere ad Harrods (un altro grande magazzino) dei set per cocktail, degli shaker in plexiglass. Ma era frustrante – nonostante Harrods fosse un nome blasonato, i volumi erano bassissimi, le commissioni al 5%, e alla fine mi costava più il parcheggio che quello che guadagnavo dalla commissione. Ho capito subito che dovevo puntare ad altro.

Quale strategia hai seguito? 

Mi sono specializzato nei supermercati, nei discount, nel mass market. Ho capito che era lì il business vero. Col tempo mi sono concentrato sull’arredo giardino, dove vendo container interi. Ma è stato un percorso lungo, fatto di porte in faccia, di appuntamenti mancati, di occasioni perse. Non è stato per niente facile inserirsi.

Come hai superato le barriere culturali? 

La laurea alla Westminster University mi ha aiutato molto. Non solo per il titolo in sé, ma perché mi ha permesso di capire come funziona il sistema qui, come pensano gli inglesi, come si fa business in questo paese. È stata una scuola di vita oltre che di studio.

Cosa diresti a un giovane italiano che vuole tentare la tua stessa strada oggi? 

Gli direi che deve essere pronto a ricominciare da zero, a mettersi in discussione completamente. Non basta conoscere la lingua, devi capire la mentalità, il modo di fare business, le regole non scritte. Devi essere disposto a sbagliare, a fare figuracce, a essere rifiutato molte volte prima di trovare la tua strada. E soprattutto, devi avere pazienza – ci vogliono anni per costruirsi una reputazione e una rete di contatti affidabile.

C’è qualcosa che rimpiangi di quegli anni difficili? 

No, sono stati anni formativi fondamentali. Ogni porta in faccia, ogni fallimento, ogni momento di sconforto mi ha insegnato qualcosa.

Ho imparato che il successo non arriva per caso o per fortuna, ma attraverso un lavoro metodico, costante, fatto di piccoli passi quotidiani.

E soprattutto ho capito che devi essere disposto a cambiare, ad adattarti, senza però perdere la tua identità.

Gino con Maurizio Cianciaruso, altro sanseverese-londinese

Durante l’università hai avuto esperienze particolari? 

Sì, ho fatto l’Erasmus a Madrid. Mentre gli altri europei venivano in Inghilterra per sei mesi, noi studenti inglesi potevamo fare un anno intero all’estero.

È stata un’esperienza incredibile. Ho lavorato come responsabile delle relazioni pubbliche internazionali in uno dei club più importanti di Madrid, il Palacio de Gaviria.
Avevo 24-25 anni, giravo con il doppio petto gessato e il taglio alla moicana!

Ho fatto anche la mia tesi su quell’esperienza, analizzando il vantaggio competitivo nel mercato della notte madrilena. C’era una forte crisi economica e tutti i locali cercavano di attirare clienti pagando modelli e PR. Io invece ho sviluppato una strategia diversa, sfruttando la rete di studenti Erasmus internazionali. Per sei mesi abbiamo avuto il locale più trendy di Madrid.

E dopo la laurea? 

Ho iniziato subito a fare il rappresentante, il mestiere di mio padre, ma al contrario: invece di vendere prodotti stranieri in Italia, vendevo prodotti italiani qui a Londra. È stata dura all’inizio – quando chiami la grande distribuzione e non conosci nessuno, non è facile. Ma dopo essere riuscito a ingranare, le cose sono andate bene.”

Come è cambiato il tuo rapporto con le tue origini vivendo all’estero? 

Ho vissuto un’esperienza curiosa. Molti ‘terroni’ avevano un senso di inferiorità verso il Nord: andavano a Milano e tornavano parlando in milanese. Io ho fatto il contrario. A Cremona, dove ho vissuto prima di Londra, mi è venuto fuori l’accento sanseverese che prima non avevo, quasi come forma di orgoglio. Mia madre è mantovana, mio padre sanseverese, e ho sempre sentito forte il tema del razzismo Nord-Sud. Forse per questo non ho mai accettato di sentirmi inferiore.

Ti sei mai pentito di non essere tornato in Italia? 

No, perché a Londra ho trovato le opportunità che cercavo. Qui non c’è il problema della disoccupazione, c’è il problema contrario. Non si trovano persone da impiegare, in tutti i settori. E poi c’è una ricchezza di stimoli incredibile: ogni sera puoi incontrare gente diversa, cogliere opportunità diverse. Ho fatto tanti corsi: inglese, informatica, l’università… Qui le possibilità sono infinite.

Come vedi il fenomeno dell’emigrazione italiana oggi? 

È diverso da quando sono partito io. Oggi i giovani hanno più strumenti, più connessioni, più possibilità di informarsi. Ma vedo che spesso partono con l’idea di fare un’esperienza temporanea e poi rimangono, proprio come è successo a me. La differenza è che oggi possono mantenere un legame molto più stretto con l’Italia grazie alla tecnologia. Io per dieci anni sono stato praticamente tagliato fuori.

Con il senno di poi, cosa diresti al Gino che partiva nel 1990? 

Gli direi che si sbagliava su una cosa fondamentale. Io pensavo: ‘A San Severo non c’è niente, quindi c’è tutto da fare, ci sono opportunità’. Ma ho capito che è molto più facile costruire dove c’è già una base solida. Se il terreno è arido, è difficile far crescere qualcosa. È stata una lezione importante che ho imparato vivendo a Londra.

Come vedi il futuro delle nuove generazioni di San Severo? 

Mi preoccupa la staticità. Quando l’ambiente intorno a te è statico, non hai nemmeno la voglia di fare qualcosa di innovativo. È un circolo vizioso.

Per questo sogno di tornare part-time e provare a contribuire al cambiamento, magari partendo dalla riforma dello statuto comunale.

A proposito, ti sei anche interessato alla politica italiana, giusto? 

Sì, sono stato attivo prima nel Popolo Viola e poi nel Movimento 5 Stelle. Ho quasi rischiato di candidarmi alle elezioni politiche nella circoscrizione estero, ma non sono riuscito a presentare la candidatura in tempo perché ero a San Severo e non avevo accesso a internet.

Il tuo interesse per la politica si è concentrato molto sulla democrazia diretta. 

Nel 2009-2010 si iniziava a parlare in rete di democrazia digitale. Con internet, sembrava finalmente possibile implementare forme di democrazia diretta su larga scala. È uno strumento importante che permette a tutti di capire cosa succede, di esprimere un’opinione, di votare. Prima degli strumenti digitali, era impossibile farlo su larga scala.

È per questo che ti sei avvicinato al Movimento 5 Stelle? 

Sì, grazie a YouTube avevo seguito tutti gli spettacoli di Beppe Grillo online. Il tema della partecipazione diretta dei cittadini mi aveva preso molto. Sono diventato prima attivista dei meetup Amici di Beppe Grillo e poi del Movimento 5 Stelle. Sono stato uno degli organizzatori qui a Londra e per il Movimento 5 Stelle Europa.

Hai un progetto specifico per San Severo legato alla democrazia diretta? 

Come ho detto, vorrei studiare approfonditamente lo statuto del Comune di San Severo e introdurre degli strumenti di democrazia diretta.

È fondamentale perché la maggioranza dei cittadini non sa nemmeno che ogni comune ha uno statuto comunale, non sa cosa dice. Invece è importante, è quello che dovrebbe guidare lo sviluppo di una società. Come la Costituzione è il faro per l’Italia, lo statuto comunale dovrebbe esserlo per la città.

Perché pensi che la democrazia diretta sia così importante per una città come San Severo? 

Se riesci a fare una cosa a livello locale che funziona, diventa un modello per altri. In un posto dove tutto è piatto e sterile, diventare un laboratorio di democrazia partecipata potrebbe essere la scintilla per risvegliare il dinamismo della città. La gente deve sentirsi protagonista del cambiamento, non solo spettatrice.

Come si potrebbe realizzare concretamente questo progetto? 

Prima di tutto bisogna fare un lavoro di informazione e sensibilizzazione. I cittadini devono conoscere i loro diritti e gli strumenti che hanno a disposizione. Poi si potrebbero introdurre gradualmente strumenti di partecipazione diretta: consultazioni online, bilancio partecipativo, proposte di iniziativa popolare. L’importante è che non rimanga tutto sulla carta, ma che ci siano meccanismi concreti di attuazione.

Qual è il principale ostacolo che vedi nell’implementazione di questi strumenti? 

Il problema principale è la staticità di cui parlavo prima. C’è una resistenza al cambiamento che viene sia dall’alto che dal basso. Le amministrazioni sono spesso restie a cedere parte del loro potere decisionale, e i cittadini sono talvolta scettici o disillusi. Bisogna lavorare su entrambi i fronti, dimostrando che la partecipazione diretta può portare benefici concreti per tutti.

La tua esperienza all’estero come influenza questa visione? 

Vivendo a Londra ho visto come funzionano diverse forme di partecipazione civica. Ma ho anche capito che ogni contesto è diverso e che non si possono semplicemente importare modelli dall’estero. Bisogna adattarli alla realtà locale, alla cultura del posto. Per questo penso che partire dallo statuto comunale sia fondamentale: è il documento che meglio può riflettere le specificità e le esigenze della comunità.

Hai mantenuto legami con San Severo? 

Torno due volte all’anno, anche se per brevi periodi, mai più di una settimana, spesso solo quattro giorni. È una città che per me rimane importante, tanto che vorrei tornare a viverci part-time, un po’ qui e un po’ lì.

Come vedi la città oggi? 

Quello che ho notato è proprio la mancanza di cambiamenti. È una città statica, non c’è dinamismo, non ci sono iniziative, non ci sono opportunità. Quando tutto l’ambiente intorno a te è statico, non hai nemmeno tu voglia di fare qualcosa di innovativo.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? 

Come diceva Luciano De Crescenzo, la vita non si deve allungare, si deve allargare. E in che modo? Facendo più esperienze. Il mio obiettivo è passare sei mesi a San Severo e sei mesi a Londra. Vorrei anche studiare lo statuto del Comune di San Severo e introdurre strumenti di democrazia diretta. Se riesci a fare una cosa a livello locale che funziona, può diventare un modello per altri.


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