Inediti o quasi

Ida D’Addario – Il suono, incisione e collage


Autobiografia dell’eco

Se anche conosco quello che ho inventato
la tua schiena, lo scafo delle vertebre
le vene illuminate dal tocco delle 
dita e ogni respiro sul vetro un punto 
croce, ogni sussulto delle begonie 
un singhiozzo delle ossa nella terra –
il nostro corpo non era un simulacro
noi due impastati di cellule scorza 
schiuma e incontrarsi a un semaforo
prendersi distrattamente per mano
solo un risvolto della separazione –
quando sapevo tutto questo
nessuna speranza mi molestava
nessun bisbiglio di Dio 
non dovevo credere che i nostri giorni
fossero scorie della stessa truffa
però io potevo immaginarti
nella paura che tu fossi carne, pube
sentirti sbadigliare in un’altra lingua – 
tu più giovane di me fibra del vuoto   
passavi nel mio sonno la prima volta
 

Paesaggio con casa

Il paese dagli tu un nome
il paese l’isola dove non 
sai guardare una coppia di 
cigni naturalmente monogami
gli altri animali anche loro pigri
intorno alla fine del giorno in
agguato e più in là la montagna.
È la tua casa solo ora che nessuno 
diteggia il tuo nome sul citofono
chi non ti chiama lì dove ti aspetta
nessun abitante nessuno scrittore,
anzi uno solo, che ha saputo
morire per tempo, sua sola
fortuna postuma indenne
il ricordo di quelli che non 
lo conoscono, la memoria un 
privilegio che ha smesso di offenderlo.

Ida D’Addario – Cucitrice, collage


Nitidezza

Voglio dire quella dei ritratti
le foto che conservano soltanto 
le frasi cadute nell’intercapedine
non il volto e neanche l’acconciatura 
dico le parole negli spazi bianchi
sono stato
                   e allora 
                                 non guardarmi                                              
le stesse frasi svogliate e il dettaglio: 
gli zigomi che bruciano le scintille 
dei tacchi sulla pista da ballo 
– chi sbagliava le note chi ha 
buttato le scarpe – le stesse frasi
le linee dei nomi che disegnano 
il tuo volto raschiato dall’immagine
tu disperso nel click scivolato 
sul bordo illeso della cornice 

(Aprile 2017, per Domenico e Incoronata)
 

Prima di attraversare

Non eravamo giovani
Ma già tanto distratti.
(Facundo Filiano
)

Richiami il vento gli cambi il nome
cercando un indirizzo sulla mappa
io solo un ghirigoro da intagliare –
– Non fargli male è un larice 
– Mi sembra morto 
– E tu non dirglielo
che se una sera non fossi caduta
in un’ammaccatura dell’asfalto
che se altre volte non fossi inciampata
nell’ombra di una pozza in una foglia
sarebbe stato solo camminare
il tuo avanzare per lapsus
a zigzag come procede il filo
di imbastitura – la tua fiducia piena 
di parole nelle destinazioni 
provvisorie – uno spezzare rami 
come frasi che qualcuno possa 
credere ai tuoi passi inciampo dopo 
inciampo il lampo di una svista e 
ancora un treno allungo il tratto 
per indovinarti all’incrocio 
delle disattenzioni sai che
quell’albero non era un salice

Non era il vuoto né il tempo

E adesso di quel poco d’innocenza
resiste la paura di trovarti
ragazza, è ancora il frutto che si spacca
sei tu che avevi ancora quindici anni:
io non sarei stato abbastanza nudo
per darti il sangue sciolto dell’attesa
in cenere la notte senza sonno
dov’eri tu con il tuo amore ostile
febbre del corpo offeso e intatto.

Un maratoneta giapponese

Perché il suo non era un corpo
lo hai odiato, la faccia un confetto 
succhiato fino al bolo dell’amaro
le gambe due legni di sandalo
sangue non finito spezzato 
all’ingrosso galleggiano sull’asfalto, 
la bocca spalancata
quella bocca di pesce ventosa 
che succhia il vetro del televisore. 
Tutto lo hai odiato quel maratoneta
– volto, gambe e bocca – 
inseguito dalla fine che non finisce
strizzato nell’agonia che non uccide
nella fatica che non vorrebbe premiarlo
stoccafisso ostile agli applausi
e alle grida di tutti noi intorno a lui
che speriamo cadrà prima del
traguardo, si scioglierà nell’aria –
e tu più degli altri lo vuoi morto
perché ha coraggio, lui più infame 
del suo corpo sfasciato 
col corpo arriva davanti a tutti – 
quelli che corrono, quelli che guardano –
sale sul gradino del vincitore
indossa l’oro ascolta l’inno
di un paese lontano quanto il suo
e ingoia il discorso dello sconfitto – 
pensato ieri (gli piaceva tanto).

Ida D’Addario – Divine tastiere, incisione e collage


Il riciclo secondo lo spazzino

I testi sono chiari
e per il resto un’unica incisione:
lo spirito e il congegno
l’organismo e il meccanismo
che si arresta le labbra
e il boccaglio il mantice
e il soffio tra i denti –
residuati in disuso
allineati nel saluto militare.
Sei tu che parti loro si allontanano
dalla tua ombra che unisce le sagome:
mescoli il sangue con l’olio
dell’ingranaggio il cuore fermo
sui minuti con l’orologio
l’odore delle calze e i piedi che le svuotano –
vizi di forma smessi con i vestiti
le inadempienze scordate nella ressa
degli strumenti alla fine del gioco
allineati (per salutare chi?)
con la stessa sciatteria delle persone
e con l’aria smarrita delle cose.

E poi la musica

Bevevamo il Nero di Troia 
cercando un vento freddo tra gli ulivi
quando imbracciava la fisarmonica
e io ficcato in una buca, la cera
nelle orecchie, un maccaturo in bocca
per non dirgli che suonava a morto
che detestavo le sue canzoni 
– io ero Ulisse e lui la sirena
dell’amore chiaro inappagato –
quando chiudeva gli occhi 
e annusava il battito della campagna
per inseguire le note più lontane –
sorridevo balordo, gli gridavo “Ancora”.    
Venere spastica moriva per lui
ballava nel fuoco come un pipistrello. 

Dialogo

– Nastàs’ja, sei pura?
– Come l’acqua della sorgente
  sebbene la bevano in tanti.

Il piccolo maestro si giustifica

Neanche il nemico ci odiava abbastanza
le sue fionde di polvere i suoi sputi
non ci avrebbero fatto più male
del respiro di una vecchia puttana 
con i denti di ceramica ma è accaduto:
in testa alla fila ho avuto paura
di morire e rinascere per incontrarvi.
Sono tornato a passo di gambero
nelle retrovie per somigliarvi:
perché mi avete riconosciuto?

Non voglio imparare dai vostri errori
e non parlatemi di Sun Tzu: 
l’ars bellandi si impara in penombra 
dov’è la linea Gustav del dottore 
la sua lingua intarsiata di kappa. 
Voglio fare la pace con gli anni
inesplosi delle fughe all’indietro
nel mio cuore sfibrato di figlio:
era lì che mio padre moriva.

La mia smorfia si specchia nella vostra:
ha la stessa calvizie le parole
vive come cani impagliati.
Le mie idee ladre le ho rubate a voi
e voi mi chiedete cosa penso dell’arte
di stare al mondo e fargli la guerra:
penso tutto ciò che pensate voi
ma non ho il diritto di confessarlo.  


Di Canio Mancuso



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