Chiacchiere sulla morte per capire la vita

Fedora e Maria Luisa hanno deciso di fare un podcast sulla morte. Non per deprimerci, ma per ricordarci come si vive.
Coffin Shop – Chiacchiere Mortali nasce dall’amicizia tra due donne di San Severo: Maria Luisa Petruccelli, filosofa e consulente, e Fedora d’Anzeo (Dory), giornalista e comunicatrice. Cresciute a San Severo, vissute, separatamente, per anni tra Milano, Lecce e Arezzo, si sono ritrovate attorno a un’idea semplice: parlare di morte per capire meglio la vita.
Il loro podcast usa la fine come lente per guardare ciò che conta davvero. Ogni puntata “risuscita” un filosofo dalla bara – da Heidegger a Simone de Beauvoir, da Epicuro a Sartre – e lo mette in dialogo con la cultura pop. Il risultato è un ibrido tra riflessione filosofica e leggerezza quotidiana, dove la morte diventa pretesto per parlare di skincare, Barbie, immortalità scientifica e vecchiaia invisibile.
“La sfida è stata non rendere funereo il podcast”, spiega Maria Luisa. “È la dimostrazione che si può cazzeggiare anche su questo tema.” Undici episodi, dieci minuti ciascuno: pillole filosofiche contro la rimozione della morte dalla nostra società. Perché in un mondo che corre veloce e rende invisibili gli anziani, fermarsi a pensare alla fine è l’unico modo per vivere con consapevolezza.

L’intervista
Prima di parlare di morte, parliamo di vita. Fedora, chi sei e cosa ti ha portato fin a qui?
Sono Fedora d’Anzeo, nata a San Severo il 3 giugno 1978. Mi sono laureata in giurisprudenza a Foggia e subito dopo la laurea sono partita per Arezzo, portata lì dall’amore, subito dopo la laurea. È lì che ho iniziato a lavorare. L’amore è finito, il lavoro è continuato.
Ho fatto la giornalista per La Nazione per 12 anni, poi mi sono occupata di marketing per un’azienda informatica. Adesso sono consulente di comunicazione e, insieme a Maria Luisa, abbiamo messo su questo podcast che si chiama Coffin Shop – Chiacchiere Mortali.

Maria Luisa, tu porti la filosofia in questo podcast. Raccontaci il tuo percorso.
Sono Maria Luisa Petruccelli, sono nata a Foggia, in realtà, ma sono cresciuta a San Severo dove ho fatto le scuole. Ho lasciato San Severo per la prima volta quando sono andata a studiare filosofia all’università Statale di Milano. Sono rimasta a Milano circa 10 anni perché lì ho fatto anche una scuola di specializzazione in pratiche filosofiche – sono rimasta proprio piantata sulla filosofia, teoria e pratica.
Nel 2006 mi sono trasferita in Salento per amore. Ora vivo a Lecce, ma torno spessissimo a San Severo. Sono consulente filosofica, scrivo libri di filosofia per bambini e ragazzi, e ho una rubrica di filosofia su un giornale online che si chiama Gli Stati Generali.
Che rapporto hai avuto con la città in questi anni?
Sono andata via da San Severo per l’università. In quel periodo succedeva spesso una cosa divertente che racconto ancora oggi: noi di San Severo, emigrati al Nord a Milano, ci riconoscevamo da lontano. In realtà succedeva un po’ a tutti i pugliesi, ma ai sanseveresi in particolare. Anche senza parlarci, sapevamo che quella persona era di casa nostra. Ci incrociavamo per strada e alzavamo la mano in segno di saluto.
I viaggi di ritorno a Natale erano un’avventura. Treni pieni, viaggi nei corridoi seduti sulle valigie. Ma lo facevamo con quello spirito lì – eravamo giovani, era una cosa che si prendeva con leggerezza.
Voi due avete vissuto lontano da San Severo per anni – Milano, Lecce, altre città. Cosa significa tornare qui? Cosa vi ha portato a mantenere questo legame?
Maria Luisa: da Milano mi sono trasferita a Lecce, sono tornata al Sud. La Puglia, come dice qualcuno, è uno stato d’animo. Alcune cose del Sud le ho ritrovate. La Puglia è grande, ha le sue differenze – come è giusto che sia – ma è comunque Sud.
Questo però non mi ha tolto la voglia di ritornare a San Severo. San Severo è casa. Il Natale è lì. E ci sono posti che continuo a visitare quando torno. Anche l’odore che senti quando arrivi è parte della memoria. Un pezzo della tua storia.
Io sono molto legata alle radici, in questo senso.

Come avete saputo di Andiamo!?
Fedora: Un giorno mi manda un messaggio su Facebook un mio amico virtuale di San Severo, Gino Camillo. Mi dice: “Ti devi iscrivere a questa newsletter, è fighissima.” Okay, gli ho dato la mail. Da lì ho scoperto Andiamo!, la newsletter di San Severo.
Com’è nata l’idea del podcast?
Più o meno nello stesso periodo, mi arriva un messaggio di Fedora che mi dice: “Ho pensato che dovremmo fare un podcast sulla morte.” Per riallacciarci a San Severo: siamo cresciute entrambe in questa città e qui sono nati i nostri interessi, anche quelli un po’ più oscuri. Siamo sempre state affascinate da questo lato funereo della vita.
Era proprio un mood che avevamo. Quando Fedora mi ha proposto il podcast sulla morte, io già immaginavo: “Ah, possiamo prendere Heidegger che parla dell’essere-per-la-morte, possiamo prendere Sartre e la sua concezione del corpo come morte”, insomma, tutta questa gente allegra che poi abbiamo riversato nel podcast.
Perché parlare di morte?
Quello che ci unisce è un’urgenza: riportare al centro un tema che noi occidentali tendiamo a rimuovere. Siamo entrambe convinte che parlare di morte, accettare la morte, significa anche vivere in maniera più consapevole e autentica.
L’idea del podcast è proprio questa: aiutare ad abituarsi all’idea che le cose finiscono. Finisce la vita, finiscono le relazioni. Ci rattristano per la loro fine perché avremmo voluto che continuassero. La sfida grande è stata non rendere troppo funereo il podcast, che è tutto tranne che triste. È la dimostrazione che si può cazzeggiare anche su questo tema, che si può parlare di questo in maniera profonda ma allo stesso tempo leggera. Come diceva Calvino: leggerezza non è superficialità, ma planare dall’alto sulle cose senza avere macigni sul cuore.
Come siete riuscite a collaborare, pur non vivendo nello stesso posto?
La prima bozza del podcast – le puntate, la struttura, la durata – è stata concepita in riva al mare, sulla spiaggia del Salento, in un giorno di primavera ad aprile. Poi siamo tornate a casa, io a Lecce, lei ad Arezzo, e abbiamo lavorato su un file condiviso. Io ero alle primissime armi con il podcast, Fedora è un po’ più tecnologica di me, ma comunque preferiamo carta e penna.

Perché è importante parlare della morte?
Non è naturale aver rimosso la morte dai nostri pensieri. Non è possibile vivere pensando di non rapportarsi mai a questo tema. La morte ci capita: vuoi per un animale domestico – ci affezioniamo tantissimo ai nostri animali domestici, ma hanno una vita più breve della nostra – vuoi per la fine di una relazione, per una persona cara che se ne va.
Pensare di non pensarci, lasciare che la cosa ti venga a colpire in faccia quando succede, è la negazione di una vita spesa bene. Una “vita spesa bene” è una vita vissuta con consapevolezza, che non può far finta che queste cose non esistano.
Dopo il COVID ci pare che gli anziani siano molto più trascurati, no?
La morte non la vogliamo vedere. Gli anziani sono un costante promemoria di una condizione che riguarda tutti. Una filosofa – ci tengo a sottolineare donna, visto che il mondo della filosofia è stracolmo di filosofi uomini, Simone de Beauvoir – ha scritto cose bellissime sulla condizione degli anziani, sulla loro trasparenza, sul fatto che sono diventati invisibili.
Prima gli anziani erano quelli che portavano le storie, erano la memoria. Adesso, in un mondo che va veloce, l’anziano rallenta, per forza di cose. E in questo rallentare resta indietro, diventa un impiccio. Non abbiamo tempo di ascoltare quello che un anziano ha da dire.

Perché avete scelto San Severo per il vostro primo podcast dal vivo?
San Severo è casa, le radici, la memoria. È il posto dove torni sempre, quello che riconosci dall’odore quando torni, quando entri a casa.
Le prossime tappe?
Le prossime tappe saranno i nostri luoghi di residenza: Lecce, Arezzo, Bologna – dove abbiamo registrato il podcast – e Milano, dove Maria Luisa ha studiato.
Il podcast è formato da 11 episodi di circa 10 minuti ciascuno. Non volevamo “ammorbare” troppo gli ascoltatori con l’idea della morte. Sono pillole, anche se in parecchi ci hanno detto che preferirebbero che gli episodi durassero di più.
In ogni puntata risuscitiamo un filosofo dalla bara, perché il filosofo ci dà una nuova prospettiva che ci aiuta a guardare le cose in modo diverso, a rivoluzionare e rimettere in discussione tutto.

La prima serie di Coffin Shop – Chiacchiere Mortali è disponibile sulle principali piattaforme podcast. Undici puntate da (circa) dieci minuti per guardare la vita dalla prospettiva della fine – con ironia, filosofia e nessun macigno sul cuore.
La seconda stagione è in arrivo. Fedora e Maria Luisa stanno preparando nuove puntate, nuovi filosofi da risuscitare, nuove domande sulla vita attraverso la lente della morte. E continuano a muoversi: vi incontreranno anche dal vivo e faranno un sacco di domande.
Se vi va di restare nel chiaroscuro, seguitele su @coff.inshop7 e sulle piattaforme podcast. Dieci minuti alla volta, senza macigni sul cuore.