Il senso di un ritorno

Introduzione

di Canio Mancuso

Sulla nostalgia forse hanno ragione Al Bano e Romina, ma questo piccolo racconto è soprattutto un promemoria. Il senso di un ritorno (va bene: non si torna perché non si è mai andati via), cioè la città da cui si parte e quella in cui si arriva, a volte di nascosto. E poi il divertimento, che non è come fare la spesa al supermercato: tutto lì, a disposizione, prendi quello che ti offro e porta a casa. Ci vorrà un po’ di fantasia per divertirsi… E una biblioteca con le vetrate in luce sul corso: passavi e vedevi le persone al lavoro, come nelle cucine a vista dei ristoranti. Si cucinava roba buona, in quella biblioteca. Qualcuno, tra un manuale di diritto privato e un saggio di economia, ci si è innamorato. E questo con la nostalgia non c’entra niente.


Il senso di un ritorno

(una testimonianza)

di Dionigi Neri

Dopo otto anni a Ferrara, decisi di tornare a vivere a San Severo. Era il luglio 2002, fu una scelta difficile, ma ero convinto che fosse quella giusta. Dopo la laurea, il tirocinio forense e il servizio civile, avevo capito che un capitolo della mia vita si era chiuso. D’altronde, Ferrara era bellissima, ci avevo vissuto bene, ma il clima era proibitivo, afoso d’estate e nebbioso d’inverno, con sei mesi di buio e sei mesi di una luce pallida, quasi scandinava. E poi il cibo… Ci tenevo molto al cibo.

Tornavo a San Severo quasi una volta al mese. Avevo incollato alle pareti intorno al letto le foto dei miei amici e quelle del centro storico, oltre ai poster degli Iron Maiden. In otto anni avevo saltato solo una Festa del Soccorso. Una volta scappai da Ferrara apposta, nonostante il mercoledì della Festa avessi un esame di quelli importanti.

Certo, un po’ di preoccupazione per il salto nel buio c’era: con gli amici che erano rimasti temevo non avessimo più molto da dirci. Dovevo farmene degli altri. Ma chi? Possibile che San Severo offrisse dei personaggi interessanti e fuori di testa, come quelli che avevo conosciuto a Ferrara? Ma sì! Conobbi un sacco di persone assolutamente folli, con cui mi sono divertito come mi ero divertito negli anni ferraresi: feste in casa, uscite notturne, parole in libertà, albe post-sbronza, sbronze post-alba, musica dal vivo nei locali: lo Zanardi, il McGregor, il Bar Castello, dove Matteo Marolla suonava con i Contrada Caipiroska.

E poi la Biblioteca “Felice Chirò”; luoghi dove conoscersi, divertirsi e crescere nel cuore e nella testa. Perché ciò era (è) possibile anche a San Severo. Erano anni in cui internet di fatto non esisteva, soprattutto in provincia. La Biblioteca “Felice Chirò” fece un gran lavoro anche su questo aspetto: inaugurata nel gennaio 2003, si trovava in Corso Gramsci ed era gestita da un gruppo di ragazze, sanseveresi e salentine, molto professionali, simpatiche e belle. Le salentine vivevano tutte insieme, come delle studentesse fuori sede. Ma l’università era quella di San Severo.

Dopo averle conosciute in biblioteca, io e altri amici “occupammo” il loro appartamento, tra feste e cene pantagrueliche. Era diventato il cuore dello sviluppo socio-culturale della città. Tra quelle ragazze c’era anche Luisa, che sarebbe diventata mia moglie.

La Biblioteca Chirò offriva spazi dove si potevano conciliare lo studio e la socializzazione, compresa una sala computer con internet gratuito. Con un patrimonio librario di circa ottantamila volumi, era un piccolo paradiso culturale, un punto di riferimento per la provincia e per il Sud Italia, e non esagero. Insomma, sono stati anni bellissimi. Un mio amico ci ha scritto pure una poesia sopra; una poesia che a me piace, anche se lui dice che è brutta.

La mia è la testimonianza di chi crede che a San Severo si possa vivere una vita di qualità. Anzi, ho l’impressione che negli ultimi anni ci sia stato un progresso in tal senso, con ragazzi che hanno scelto di tornare, grazie anche al lavoro a distanza, e di contribuire alla crescita sociale e culturale della città, con nuovi locali e con proposte artistiche che sono un esempio per realtà simili alla nostra.

Potremmo chiederci perché a San Severo ci sia una voglia così diffusa di arte. È un modo di cercare la bellezza che illumini gli aspetti più tristi del nostro quotidiano? Forse, ma è pure il segno che San Severo è un bel posto, è il nostro posto e che dovremmo occuparcene come si fa con la persona cara, a cui vogliamo bene anche quando non la capiamo.


Dionigi Neri è avvocato cassazionista, esperto di diritto della previdenza sociale, ma è soprattutto una rockstar, frontman di due gruppi musicali: gli Stonewall e i Narcos #trafficantidirock. Entrambi composti da incensurati.


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