Perché tiene la bella Madonna Nera

di Matteo Petruzzellis

“Se sei depresso, stai vivendo nel passato. Se sei ansioso, stai vivendo nel futuro. Se sei in pace, stai vivendo nel presente.” 
— Lao Tzu. 

Io non lo so, dove sto vivendo. 
Questo, a Lao Tzu, qualcuno glielo avrà mai chiesto? “Maestro, e io che non sono depresso, né ansioso ma nemmeno sicuro di essere in pace, dove sto vivendo?” Apro Facebook per trovare la risposta, ed eccola là: il mio amico Dino, con cui ho giocato a basket a 15 anni e che poi è diventato molto più in gamba di me, ha studiato e si è fatto prete e da anni cerca di cambiare la Chiesa in meglio, dall’interno, insomma Dino che su Facebook scrive a proposito della città in cui siamo nati e cresciuti: 

Amo San Severo perché è la mia terra.
Amo San Severo perché è mia madre.
Amo San Severo perché tiene la bella Madonna Nera.
Amo San Severo perché … “chedè”, “fra”!
Amo San Severo perché ha bisogno di aiuto.
Amo San Severo perché c’è tanta brava gente.
Amo San Severo perché la mia città ha bisogno d’amore.
Amo San Severo perché tiene i bei campanili.
Amo San Severo perché può risorgere.
Amo San Severo perché i sanseveresi sono dei tipi diretti (fin troppo!).
Amo San Severo perché l’amore è più forte di ogni cosa.
Amo San Severo perché sta la zuppetta a Natale e i carducci a Pasqua.
Amo San Severo perché la vorrei più bella.
Amo San Severo perché non so fare altrimenti.
Amo San Severo perché sono un suo devoto figlio.

Che è una bella tirata ma pure un bell’esempio di amore cieco, perché ce ne vuole ad amare un posto simile, sommerso in un mare di 35.000 macchine, quasi tutte scassate, per 49.000 abitanti, la mafia locale, i botti ogni sera, nemmeno un parco degno di questo nome, le strade devastate, i marciapiedi devastati, la periferia devastata ma pure il centro storico, barocco meridionale con diciotto chiese di cui tre monumenti nazionali, un cimitero monumentale e anche bello, un tempo, devastato anche quello, deturpato da tombe nuove costruite proprio davanti ai muri delle cappelle antiche, e da panchine private, nel senso che la gente arriva, installa una panchina davanti alla tomba che gli piace e la lascia lì, magari proprio in mezzo a un vialetto. Però la panchina la deve assicurare con un catenaccio, fissato a un gancio incastrato a terra, altrimenti se la fregano. Fregano anche i fiori, se è per questo, purché non siano troppo secchi. E però questo postaccio è casa mia, che poi nemmeno mi ci sento davvero a casa, ma questo mi è successo dappertutto – a Bologna Cork Urbino Milano Tampere Helsinki Vienna Bregenz St Gallen Porto Basilea – ma in questo caso basta uscire e non ci si sente mai soli, infatti “paese è dove non ci si sente mai soli” ha scritto, mi pare, Cesare Pavese. Qua, d’altra parte, è impossible perché siamo proprio tutti una razza di rompicoglioni a cui piace parlare parlare parlare, e quando siamo in più di 2 parliamo anche in più di uno allo stesso tempo: sono stato a delle cene dove una persona seduta a capotavola parlava con quella seduta all’altro capo, una persona seduta a destra parlava con la persona di fronte, e la persona seduta accanto a quella di destra parlava con la persona quasi di fronte, che era poi la stessa che parlava con la persona a destra. Insomma non si capiva un cazzo ed è incredibile ma è sempre così, poi magari incontri della gente per strada che sembra contentissima di vederti e infatti attacca a raccontarti tutto della sua vita perché ti vuole così bene che proprio non vuole averne di segreti per te, e parla parla parla per 10-15-20 minuti e all’improvviso guarda l’orologio e dice che deve andare ché ha un appuntamento e tu lo sai che è vero che ha un appuntamento, ma era almeno un’ora prima, e lo guardi affrettarsi lungo il viale e quando ormai è un po’ lontano lo vedi che si ferma con un’altra persona e capisci perché non funziona un cazzo, da queste parti. E però paese è dove non si è mai soli, e forse sarebbe bello stabilirsi ancora qui e tornare e trovare la città ripulita, con i viali alberati e poche automobili in giro, parcheggiate per bene solo su un lato della strada, o in ampi parcheggi un po’ fuori città. Le strade sono senza buche e su almeno un lato c’è una striscia blu larga un metro su cui passano le biciclette, tante biciclette. Nessuno porta il casco però molte mamme hanno un carrello davanti su cui caricano la spesa o i figli, e i bambini hanno le BMX, finalmente tornate di moda. I quartieri di periferia sono organizzati in modo da formare quadrilateri al cui interno le macchine – come a Barcellona – non possono circolare, tanto a che servono: si può andare a piedi da un lato all’altro della città in 20 minuti. Alla gente piace passeggiare e fermarsi a chiacchierare agli angoli. Gli anziani hanno piazzato di nuovo sedie e tavolini davanti ai loro sottani al piano terra, parecchi mostrano orgogliosi le piante e i vasi di gerani. Le signore lavano e lucidano il tratto di strada davanti casa loro con acqua e sapone di marsiglia, a passarci la mattina presto c’è un profumo bellissimo di pulito e di buono e di semplice e di sole e di secoli di sfighe ma finalmente abbiamo capito – come quei furbacchioni dei greci e dei romani tanti anni fa e di Federico di Svevia qualche secolo dopo  – che qui si sta meglio, molto meglio che in qualsiasi altro posto. Il centro storico è stato ripulito, l’asfalto tirato via per far riapparire le strade lastricate di basole lucide, gli incentivi hanno fatto riaprire i negozi i laboratori le gallerie d’arte le librerie i locali i ristoranti. Molti degli avvocati pezzenti che affollavano i portoni con le loro targhette pretenziose e si accapigliavano per il prossimo incidente, casa all’asta, contenzioso, si sono trasformati in nomadi digitali che lavorano per aziende del Nord, lavorano qui per sei mesi, ma da Aprile a Ottobre si trasferiscono a Marina di Lesina, al mare, dove gestiscono B&B e ostelli per gli stranieri. Da quando hanno legalizzato le droghe leggere molti operai emigrati sono tornati e hanno aperto coffee-shop affollati di ragazzi stranieri, studenti o nomadi digitali anche loro, che lavorano per le agenzie e le startup avviate dai laureati tornati da Germania Inghilterra Svizzera Francia Olanda. E Lussemburgo: forza Francesco non fare il cazzone e torna qui giù a fare il Sindaco ché tra parentesi c’hai 20 fratelli e sorelle con 40 lauree che potrebbero fare tutti gli assessori. I palazzi barocchi sono stati comprati da famiglie di americani tedeschi canadesi inglesi svedesi e olandesi, imparano a stento l’italiano, anche perché nemmeno noi locali lo parliamo davvero, e però ci insegnano volentieri l’inglese, che ormai parliamo quasi tutti, a cazzo di cane va bene, ma lo parliamo, che ci vuole. I mafiosi violenti di qualche anno fa ci sono ancora, ma quelli che sono riusciti a non finire dentro dopo le confessioni dei pentiti Pinuccio U Pesh, Ciccillo U Mort, Frankino 20 Lire, non sono più tanto violenti e ormai si sono ridotti a un gruppetto sparuto di nostalgici, gli unici ancora con i SUV e le barbe lunghe e le sopracciglia curate. Si radunano al pomeriggio presto davanti ai bar del viale della Stazione e prendono il caffè con i vigili urbani e i poliziotti sessantenni, sono sempre stati amici ma finalmente hanno fatto coming out. Sia i mafiosi che quegli altri scuotono la testa guardando le biciclette che passano veloci sul viale e fanno sempre le stesse battute sull’altezza esagerata e le facce rosse dei nuovi concittadini di origine olandese. Il Consiglio Comunale ha concesso loro l’esclusiva delle 100 licenze taxi della città, della Nuova Polisportiva Tiro Dinamico Sportivo (popolarissima con i residenti e i turisti americani), e della gestione dei parcheggi esterni in periferia. Insomma stanno meglio di prima e non devono nemmeno spararsi tra cugini. Qualcuno di loro ha anche imparato a parlare in italiano e adesso lo usa per una serie di video su YouTube e TikTok in cui spiega come sparare da uno scooter in corsa. “Solo a i manichini,” precisa. 


← Precedente

Grazie per la risposta. ✨